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23 Ottobre 2019

Non è vero niente: il teatro scettico e disilluso de ‘La cattiva strada’

di Marta De Luca
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Non è vero niente: il teatro scettico e disilluso de ‘La cattiva strada’

Splendido successo di pubblico e critica al teatro Trastevere di Roma per una rappresentazione che affronta lo spinoso tema del ricordo come principale sentiero doloroso della vita

È andato in scena in questi giorni, presso il teatro Trastevere di via Jacopa da Settesoli in Roma, lo spettacolo ‘Non è vero niente’, dramma in atto unico scritto, diretto e interpretato da Alessandro Di Somma, con la partecipazione di Eleonora Turco, Marco Zordan e Giuseppe Mortelliti. Si tratta di un testo teatrale molto intenso, che affronta il tema della memoria, individuale e collettiva, con tocco delicato e sentimenti sinceri. La famiglia e le sue ritualità fanno da sfondo a una vicenda in cui al centro del dramma vi è la morte di una madre che ha accudito con grande amore e attenzioni il proprio compagno, crescendo insieme due figli. Una serie di monologhi rappresentano ricordi intimi e, al contempo, universali, poiché le diverse ricostruzioni si fondono sino a comporre una memoria unica, che tocca con mano i limiti e le difficoltà di decodificazione dell’esistenza stessa. La scomparsa dolorosa della madre diviene, inoltre, lo spunto per esorcizzare la paura della morte, poiché l’eredità che ogni persona ‘deposita’ come lascito nei gesti, nelle anime e nella memoria dell’Altro genera una serie di anticorpi che consentono una metabolizzazione interiore che si basa, quasi per paradosso, sul concetto di inafferrabilità materiale del ricordo. L’interpretazione di questi ragazzi della compagnia ‘La cattiva strada’ è dunque schietta e realistica, evita accuratamente ogni indugio verso la drammaturgia ‘ridondante’. Equilibrato e ben recitato, in particolare, il monologo di Giuseppe Mortelliti, che descrive in profondità le fondamenta del dolore di un padre che ha perduto la propria compagna di vita, insieme alla rappresentazione nevrotica di gesti quotidiani e abitudinari di tutte quelle persone che cercano, ogni giorno, di reagire alle dure prove imposte dalla vita. Ma questo tentativo di razionalizzare il dolore, così come il ricordo delle risate notturne dei due fratelli durante la loro infanzia, gli stessi giochi domenicali di una famiglia composta da 3 maschi, tutti ‘orbitanti’ attorno all’unica figura femminile della storia, rende ogni frammento di memoria una sorta di ‘quadro’ reversibile, ricostruibile a posteriori, un nastro di ricordi riavvolgibili ma privi di ogni certezza intorno al reale significato dell’esistenza umana, trascinando gli spettatori verso la disillusione scettica di un soggetto veramente ben scritto, oltreché ottimamente interpretato. Splendide e toccanti le musiche composte e suonate in scena dal maestro Francesco Leineri.


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