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23 Ottobre 2019

È proprio adesso che il teatro può risorgere dal nulla

di Francesca Buffo
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È proprio adesso che il teatro può risorgere dal nulla

Molti la conoscono come la professoressa Zuppante de 'I Cesaroni', anche se fra teatro, televisione e cinema i ruoli interpretati sono moltissimi e spaziano dal genere commedia alle prove autorali. Franca Abategiovanni si racconta alla vigilia del suo debutto al Teatro 7 di Roma con la commedia 'Non ti pago' di Eduardo De Filippo, diretta da Mario Antinolfi.

Ha un viso particolarissimo che, a seconda della parte che interpreta, si trasforma e la trasforma. Una domanda, una risposta e fin dalle prime battute capisci che sei di fronte a un'energia particolare. Saranno le radici napoletane, ho pensato. Poi ha alzato lo sguardo e mi sono trovata di fronte a due occhi che definire 'incredibili' è riduttivo. E non è per il colore, azzurrissimo, ma per il mondo che contengono. Parlarne perché ha avuto il suo ruolo ne 'I Cesaroni', è una banalità. Perché ti rendi conto che la televisione è diventato uno specchietto per le allodole e ti puoi definire attore solo perché ci sei stato, al di là di una reale professionalità. E questo sfalsa la realtà. Perché Franca Abategiovanni è un'attrice 'vera' che in ogni ruolo ha lasciato il segno del suo carattere come ha dimostrato al cinema, nel ruolo di Elsa in Maternity Blues, film del 2011 sul tema delle mamme assassine, o a teatro in "La morte della bellezza" di G.P.Griffi. Da settimana prossima la potremo vedere al Teatro 7 di Roma, nella commedia 'Non ti pago? di Eduardo De filippo, con la compagnia Attori & company di Mario Antinolfi. Da lei ci siamo fatti raccontare la summa di vent'anni dedicati alla recitazione e al teatro.

Franca Abategiovanni, tu ti muovi fra teatro e cinema spaziando fra il genere commedia e ruoli più intensi come abbiamo visto in Maternity Blues. In vent'anni di vita professionale a Roma, in che modo e in che cosa le tue aspettative iniziali sono state premiate o tradite?

"In questo momento, riguardando proprio gli ultimi vent'anni trascorsi, la situazione del panorama culturale è molto difficile. Sembra quasi che per molti di noi, non dico che si debba cominciare daccapo, ma sicuramente occorre voltare pagina. Tutto quello che, più o meno ci eravamo creati con grandi sforzi, con grande passionalità, è venuto a mancare. È come se di colpo fossero venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Prima ci sono stati la gavetta, lo sforzo. Ma al contempo esistevano molte opportunità di lavoro, che ti consentivano di crescere non solo professionalmente ma anche come essere umano. Al di là del bagaglio personale che ti porti appresso, fondamentale per me, per quanto riguarda il lavoro di attrice. Se vogliamo parlare di cultura non possiamo denunciare un declino costante, durato proprio un ventennio, che ha portato la situazione allo sfascio. Sono saltati tutti gli schemi. Prima, ad esempio, quando si tornava a casa da una tournée (e parliamo di otto/nove mesi di fila) il guadagno ottenuto ti consentiva la tranquillità di fermarti, valutare nuovi rapporti. E si lavorava comunque con una certa continuità. Adesso le tournée sono di un mese, se non meno. Si stacca, si riprende.   Non c'è tranquillità economica. Non ci sono opportunità. E questo vale tanto per il teatro quanto per il cinema”.

C'è quindi un'assenza di produzioni.

"Certamente. Dovuta alla mancanza di soldi. Ad esempio il film Maternity Blues, è stato co-prodotto da tutti quelli che ci hanno lavorato in collaborazione con una produzione. Poi dopo, è stato distribuito da Fandango. Ma l'opportunità ce la siamo dovuti creare noi”.

È stata una grande scommessa.

"Assolutamente. Sia imprenditorialmente, sia per il soggetto proposto, di grande impatto. Trattare il tema delle madri che uccidono i propri figli mantenendo il punto di vista introspettivo emotivo, senza farne un film denuncia”.

Ciò non conferma, ancora una volta, che nonostante la crisi, le idee non mancano e la qualità dei testi è qualitativamente alta?

"Ci sono molti lavori interessanti. Il cosiddetto teatro indipendente, di nicchia. Io stessa ho lavorato con la regista Nadia Baldi in La morte della bellezza" di G.P.Griffi. Abbiamo scelto una sala piccola e sono stati in molti a dirci che la qualità del lavoro era da grande teatro. Ma la verità è che ai grandi teatri interessa altro. Il nome affermato, di sicuro richiamo. Per paradosso interessa di più il nome televisivo, anche se uscito da una fiction o da un programma della De Filippi”.

L'esperienza non conta, allora, conta solo il 'volto'?

"Lo vediamo anche nelle proposte per i provini. Quando ti senti dire che per una fiction: "Cerchiamoo una ragazza di bella presenza, non importa se non ha mai recitato”. Questo ti dà la misura della non qualità che propina la televisione italiana”.

Dopo la fatica cinematografica di Maternity Blues, sei tornata al teatro. Questa settimana debutti al Teatro 7 di Roma con la commedia "Non ti pago" e la compagnia emergente di Mario Antinolfi. Insomma, ti rilassi un po' 'giocando in casa'?

"Senza dubbio. Quasi un momento ludico, per me. Professionalmente è 'una passeggiata', che affronto con colleghi che nonostante la crisi, si mettono in gioco con produzioni indipendenti”. 

Ma nella commedia napoletana, al di là di Eduardo e Peppino, c'è sperimentazione da parte dei giovani?

"A Napoli sì. Qui a Roma, invece, il genere attira un pubblico di appassionati. I classici restano degli 'evergreen'. Ma la sperimentazione c'è. Io stessa ho scritto 'Aspettando Medea', con Antonio Ippolito e Nadia Baldi. È un lavoro che riporteremo a teatro già nei prossimi mesi, nel quale rimettiamo in gioco anche la napoletanità del teatro”.

È indubbio, comunque, che i classici di De Filippo sono sempre attuali. 'Non ti pago', in fondo è il leit-motiv della nostra epoca.

"Sì questa è la frase che, in questo momento, dicono tutti. E se dobbiamo adattarci a questa 'surrealtà' tanto vale immergerci in quella di Eduardo che, nella sua, è insuperabile. Ciò che lui ha saputo raccontare del nostro paese e della cultura partenopea è grandissimo. Tanto che 'Filumena Marturano', pochi lo ricordano, è stato tradotto in diverse lingue. Capolavori che andavano oltre il dialetto partenopeo”.

E stiamo parlando del 1940. Ma quanti anni dovranno passare affinché nel nostro paese si riproduca un personaggio altrettanto significativo?

"Questa è la cosa veramente desolante della nostra cultura. Noi sappiamo che nei momenti di difficoltà, in qualsiasi parte del mondo, 'vengono fuori' delle cose belle. Avviene nei momenti di difficoltà perché pur di realizzare qualcosa, nel nulla, si creano delle sinergie, si uniscono le forze e si mettono insieme delle idee. E forse oggi siamo in quel tipo di fase. Nel niente possono nascere delle cose veramente interessanti. Vedi anche cosa è successo al Teatro Valle. A un anno dall'occupazione stanno nascendo delle produzioni sorrette dalle sottoscrizioni cittadine”.

Quindi, siamo in attesa del nuovo che nasce dal niente?

"Io penso di sì. Adesso c'è tanta gente pronta a mettersi in gioco, a non arrendersi. Anche se per scrollarci di dosso questo ultimo ventennio, nel quale siamo stati vittime dell'immagine e della tv spazzatura, probabilmente ne occorrerà un altro”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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