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21 Ottobre 2019

Senza niente 3 e 4: viaggio nell’inferno della crisi del teatro

di Vittorio Lussana
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Senza niente 3 e 4: viaggio nell’inferno della crisi del teatro

Il gruppo mantovano del ‘Teatro Magro’ non esprime critiche di vuota contestazione protestataria, ma la parte migliore di Karl Marx, ovvero la capacità di scattare fotografie perfette e impietose sullo stato della cultura nel nostro Paese

Dopo il grande successo dei primi due monologhi (Senza niente 1 e 2), il gruppo mantovano del ‘Teatro Magro’ ha proposto nei giorni scorsi, presso lo Studio Uno di Roma, il seguito della loro analisi sulla crisi della cultura in Italia: ‘Senza niente 3 e 4’: l’amministratore e il regista. 
Per chi non ha potuto vederli nella loro rappresentazione precedente (i soliloqui dell’attore e del presidente) si tratta di una splendida serie di monologhi sarcastici interpretati da Alessandro Pezzali, Marina Visentini, Andrea Caprini e Flavio Cortellazzi. Quest’ultimo ha firmato la regia dell’intera serie di assolo. 
Cominciamo dunque col chiarire immediatamente che anche questi monologhi, quello dell’amministratore e del regista, sono riusciti pienamente a eguagliare la grande intensità recitativa e culturale dei due episodi precedenti. Anzi, lo stacco e il ‘distacco’ che si prova ad assistere agli spettacoli di questi ragazzi non solo è distintamente superiore rispetto a tante rappresentazioni gradevoli che pure vengono presentate nelle nostre migliori 'piazze' teatrali, ma lasciano dietro di sé - e di un bel pezzo… - i migliori numeri comico-brillanti del panorama satirico italiano. Il pubblico stesso, durante la rappresentazione, apprezza con convinzione, poiché si rende conto di quanto siano ‘bravi’ i ragazzi del Teatro Magro: preparati, lucidi, ironici, divertenti. 
Essi vivono il teatro giorno per giorno, letteralmente si battono e si ‘sbattono’ per l’amore profondo che nutrono verso la loro professione. Una compagnia che va ben oltre le consuete aspettative di un meritato successo: degli autentici ‘giganti’. Caprini e Cortellazzi non esprimono critiche di vuota contestazione protestataria, ma la parte migliore di Karl Marx, ovvero la capacità di scattare fotografie perfette e impietose sullo stato della cultura nel nostro Paese. 
Il monologo di Cortellazzi, in particolare, chiude la serie coinvolgendo il pubblico con maestria, riuscendo a far ridere anche con il semplice sospiro di chi si ritrova all’estremo limite della propria pazienza, di fronte ai consueti schematismi, agli orridi cliché omologativi nei quali le persone tendono a rinchiudersi o a nascondersi. Da regista autentico, chiama una ragazza del pubblico per farle declamare in scena una frase a memoria. Ed ecco che immediatamente emergono i consueti codici di comportamento, i noiosi sguardi ‘bassi’ della brava ragazza cattolica che si vergogna innanzi alla platea, le banali dissimulazioni di diretta discendenza borbonica. Il compito che si sono dati questi ragazzi provenienti dalla splendida città di Virgilio è persino troppo ambizioso: cercare di spiegare al pubblico contenuti che la maggior parte del pubblico stesso considera ‘criptici’. 
Cortellazzi è bravissimo, inoltre, a rappresentare il vero ‘abc’ del proprio mestiere di regista, chiarendo come l’espressione di una frase abbia un proprio ‘centro’ e che, al contempo, la recitazione di una battuta teatrale debba sempre avere un ‘capo’ e una ‘coda’. C’è poi la ‘gag’ dell’intervista: qui siamo di fronte al capolavoro assoluto. Un ipotetico giornalista intervista Cortellazzi con domande lunghissime, da ‘chiacchierone’, fino ad annullare il parere stesso dell’intervistato rendendolo inutile di fronte al narcisismo provinciale di uno dei tanti ‘giornalisti-cani’ purtroppo in circolazione. 
Insomma, assistere nuovamente a una rappresentazione artistica di questo gruppo è stato un po’ come tornare a un concerto dei Pink Floyd dopo essersi ‘sorbiti’ per svariati mesi le perfomance di Gigi D’Alessio. Persino questa recensione risulta difficile da mantenere nel distaccato ‘binario’ della critica obiettiva, poiché chi scrive si ritrova nella medesima difficoltà di coloro che si sono ormai rassegnati a giudicare come ‘buoni’ album musicali contenenti almeno tre brani ‘decenti’, mentre i ragazzi del ‘Teatro Magro’ offrono un ‘pezzo’ più bello dell’altro, un lavoro completamente privo di passaggi a vuoto, di altissima e costante qualità artistica e teatrale. Tutto ciò, lo ribadiamo per l’ennesima volta, questi ragazzi mantovani lo esprimono ‘senza niente’: tutti e 4 si presentano in scena completamente da soli, senza quinte, oggetti, scenografie, costumi o effetti scenici particolari. 
Riuscire a fare teatro in questo modo significa essere dei veri illusionisti. Proporre il loro messaggio vuol dire toccare il cuore stesso della nostra profondissima crisi di identità culturale. La recensione dei monologhi 1 e 2, redatta sempre dal sottoscritto, iniziava domandandosi per quale diamine di motivo in televisione continuino a propinarci ‘stronzatine’ e ‘cacatine’, tormentoni e stupidaggini, imitazioni e ‘cafonate’, quando abbiamo dei talenti del genere in giro per l’Italia. Nella presente, il ‘cerchio’ si chiude definitivamente risolvendo la questione di partenza: in un’Italia ‘marchettara’ e ormai stracolma di mummie e ‘puttanoni’, il ragazzi del ‘Teatro Magro’ sono un autentico ‘patrimonio’, il prezioso ‘tesoro’ della più vera e sana cultura lombarda, l’amore di 4 ragazzi mantovani che si esprime così come essi sono: perfetti, genuini, puri, cristallini.           


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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