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19 Agosto 2018

Utoya: una tragedia che dà fastidio

di Vittorio Lussana
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Utoya: una tragedia che dà fastidio

Grande successo ai Filodrammatici di Milano per la messa in scena della strage avvenuta in Norvegia nell’estate 2011, segnando marcatamente l’abisso che separa il vero teatro dalle banali rappresentazioni ammiccanti e indulgenti verso il pubblico: una pièce diretta dalla regista Serena Sinigaglia sulla base di un testo di Edoardo Erba e interpretata con grande professionalità da Arianna Scommegna e Mattìa Fabris

Ogni tanto viene da chiedersi come mai si parli così poco del massacro di Utoya, l’isola norvegese in cui Anders Breivik, un pazzo esaltato di estrema destra collegato con tutti i movimenti populisti europei - compresa la Lega Nord - uccise 69 giovani laburisti che stavano facendo alcuni giorni di campeggio estivo. E infatti, noi oggi ce lo domandiamo, dato il successo e i consensi di pubblico e critica della tragedia teatrale ‘Utoya’, messa in scena dalla regista Serena Sinigaglia sulla base di un testo di Edoardo Erba e la supervisione del collega dell’Agi Luca Mariani, autore del volume ‘Il silenzio sugli innocenti’, edito da Ediesse. Un consenso dimostrato, per esempio, dalla settimana di repliche presso il centralissimo teatro milanese dei Filodrammatici, che sera dopo sera ha registrato il ‘sold out’. Forse, la questione è quella di un crimine subito da una gioventù laburista sempre più isolata, scarsamente assistita da ambienti e ‘lobbies’ fondamentalmente indifferenti a una vicenda che risulta in controtendenza, rispetto agli attentati dell’integralismo islamico di questi ultimi anni. Ma allora è anche stupido chiedersi come mai certi estremismi e fondamentalismi, che a nostro parere sono il ‘braccio armato’ del medesimo ‘Giano bifronte’, ideologicamente vadano così di moda. Inoltre, siamo certi del fatto che, se nel luglio del 2011 su quell’isoletta norvegese fossero stati presi a fucilate dei giovani ebrei, oppure un gruppo di ‘gay’ intenti a festeggiare il loro ‘pride’, sarebbe ‘venuto giù’ il mondo. Invece, della gioventù socialista europea, tollerante, multiculturale e post ideologica, non interessa quasi nulla a nessuno. Il socialismo democratico non fa notizia: chissà perché. Se poi ci mettiamo anche i vergognosi editoriali del giorno immediatamente successivo alla strage, firmati da Vittorio Feltri e Mario Sechi, allora possiamo renderci conto di come ci sarebbe molto da cambiare, nel mondo dell’informazione italiana. In un Paese divenuto sordo e ‘sciattone’, la grande professionalità di Arianna Scommegna e Mattìa Fabris dà fastidio: diciamolo chiaramente. Perché si tratta di due attori strepitosi, che hanno saputo comunicare perfettamente il cinismo e la miopìa burocratica che domina, oggi, la società occidentale. Quel qualunquismo che teorizza un’ordinaria amministrazione che è stata capace di paralizzare completamente le forze di Polizia norvegesi. La mancanza di valori e lo spaesamento sociale è quel che ci sta pericolosamente ripiegando sul privato, facendo leva sulle nostre paure più profonde, in particolar modo quella verso noi stessi. Oggi, noi preferiamo non sapere per non inquietarci e poter vivere senza doversi porre una questione qualsiasi, anche minima. Una strana forma di provincialismo egoistico, che impedisce di interessarci persino delle strane abitudini del nostro vicino di casa, spesso da noi considerato “una persona normalissima”, poiché ‘misurato’ e soppesato in base a comportamenti tanto formali, quanto rituali e omologativi. Troppe volte, intervistando i vicini di casa di un ‘mostro’, la frase che noi giornalisti ci sentiamo dire è la seguente: “Era una brava persona, che non aveva mai creato alcun problema, che non ha mai polemizzato con nessuno...”. Evidentemente, il male è assai bravo a convincerci della sua non esistenza. Ed è proprio per questo che esso proviene, sempre più spesso, da persone inaspettate. E’ esattamente questo ciò che ci spaventa, o che ci porta a evitare ogni riflessione, Nonostante i numerosi fatti di cronaca, noi continuiamo a sottovalutare questa nostra superficialità. E tutto quel che accade, in fondo, non ci riguarda. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, gli altri proprio non ci interessano: ognuno è tenuto a farsi i fatti propri e a non disturbare, per non essere, a sua volta, disturbato. I difetti del prossimo vengono sollevati unicamente in chiave opportunistica o ‘difensiva’: per avere, cioè, alcune ‘armi di ricatto’ a nostro vantaggio casomai qualcuno voglia ‘scoperchiare’ le nostre meschinità più private e nascoste. Viviamo tutti con il volto nascosto dietro a una maschera. Come teorizzò, a suo tempo, Luigi Pirandello., dileggiato proprio di recente - e in prima serata - da un ‘borgataro di successo’ come Enrico Brignano, in difesa di quel pubblico amante del mero intrattenimento evasivo. Persino Pirandello dà fastidio, ormai. Soprattutto, quando ci ‘sbatte in faccia’ la verità, non ammettendo indulgenza alcuna nel fornire un giudizio netto, interamente indignato, sugli aspetti peggiori della natura umana. Eccola qui, quell’odiosa piccola borghesìa totalmente priva di carità, ma sempre ‘a cavallo’ dei suoi successi più facili e rassicuranti. La verità, purtroppo, è tutta qui. E persone come Anders Breivik sono la prova provata della crisi di un’idea d'identità, quella della cosiddetta ‘razza bianca’, che se fosse realmente vincente non avrebbe alcun bisogno di difendersi in forme violente e irrazionali. Un’identità rappresentata unicamente dal colore della pelle, cioè secondo valori di finzione, come nel più classico “teatro di rappresentazione”, in cui non si ha il coraggio di ammettere che il vero attore è “colui che compie l’atto”, non uno squallido ‘macchiettista’ puramente declamatorio. Perché il teatro è vita anche quando narra della morte di 69 ragazzi uccisi senza scrupolo alcuno. E se anche è vero che Anders Breivik è un autentico bastardo, incapace di comprendere la nuova identità di una società avanzata e tollerante come quella dell’Europa del XXI secolo, dovremmo anche ricordarci che, al di là del ‘mostro’, ci siamo anche noi.

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ARIANNA SCOMMEGNA E MATTIA FABRIS

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