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24 Novembre 2020

L'uomo del futuro è già qui: 'ficcatelo' bene in testa

di Michela Diamanti
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L'uomo del futuro è già qui: 'ficcatelo' bene in testa

Secondo un’indagine di ‘Kaspersky’, la maggior parte delle persone prenderebbe in considerazione la possibilità di avvalersi della tecnologia per potenziare il proprio corpo, mentre alla ‘Neuralink’ è in cantiere lo sviluppo di un ‘chip cerebrale’

L’essere umano, nel corso della sua storia, si è continuamente confrontato con la propria natura, interrogandosi sul significato dell’esistenza, ma cercando anche di migliorare la propria condizione attraverso un’incessante ricerca di soluzioni che gli consentano di superare i suoi stessi limiti. Questa tensione verso qualcosa di diverso, in grado di enfatizzare le proprie doti, viene chiamata, oggi, ‘Human Augmentation’: un campo di ricerca diretto a sviluppare le abilità umane, attraverso la medicina e, soprattutto, la tecnologia. L’uso di sostanze chimiche, l’installazione di impianti in grado di trattare specifiche condizioni (dal ‘peacemaker’ alle valvole cardiache), o il ricorso a strumenti ‘esterni’ (microscopi, binocoli, microfoni ad alta sensibilità) hanno rappresentato costanti conquiste, che hanno permesso di affrontare patologie imprevedibili o incrementare le potenzialità dei cinque sensi, con il risultato, innegabile, di allargare gli orizzonti della conoscenza. Ma questa tensione verso il superamento dei limiti umani sembra trovarsi, ora, a un punto di svolta - e forse di non ritorno - in cui la tecnologia disponibile in campo medico, industriale, militare e sociale lascia intravedere un futuro ormai a portata di mano, finora rimasto appannaggio della fantascienza.
Se un semplice binocolo ha permesso di incrementare le capacità della visione umana, se ‘visori notturni’ hanno consentito, soprattutto in campo militare, di poter colpire più facilmente il bersaglio, oggi si parla sempre più spesso di ‘intelligenza artificiale’ (Ai), ‘interternet delle cose’ (Iot), ‘tecnologie indossabili’, o ‘impiantabili’, che porteranno inevitabilmente a una trasformazione dei nostri bisogni, al nostro modo di vivere e di essere. La nota società di sicurezza informatica ‘Kaspersky’, per esempio, nel corso di quest’anno ha condotto un’indagine su un campione di 14 mila 500 utenti in 16 Paesi dell’Europa e del Nord Africa, volta a verificare la nostra propensione ad accettare e utilizzare quelle nuove tecnologie in grado tanto di cambiare l’aspetto fisico, quanto di potenziarne, in modo temporaneo o permanente, le capacità. La conclusione è che circa i due terzi delle persone intervistate vedrebbero di buon grado l’uso (o l’impianto) di strumenti esterni, nella convinzione che ciò migliorerebbe la qualità della loro vita (per il 53% del campione) o con l’obiettivo di migliorare il proprio stato fisico e di salute complessiva (per il 40%). Per il professor Julian Savulescu, uno studioso dell’Oxford Uehiro Centre for Pratical Ethics, dipartimento scientifico presso la Oxford University, il continuo utilizzo di ‘device’ mobili ha contribuito a preparare il campo per la ‘Human Augmentation’. Un ‘campo’ a sua volta reso fertile dalla crescente interazione con i social media e con le innumerevoli applicazioni, le quali hanno creato, a loro volta, una sorta di ‘modification generation’ (generazione propensa alla modifica, ndr). Secondo il professor Savulescu, con la ‘Human Augmentation’ “avremo bisogno di una manciata di pionieri e di qualche storia di successo. Se questi pionieri dovessero riuscire, altri seguiranno”. Questa ‘modification generation’, divertita dall’utilizzo spregiudicato di filtri digitali e di artefatti (come  quelli presenti, per esempio, in ‘FaceApp’) capaci di stravolgere il proprio aspetto e di mostrare un’immagine di sé a tratti talmente grottesca da fornire mercato per legioni di psichiatri, costituirà probabilmente la base di una nuova umanità cibernetica - metà carne e metà ‘device’ - costantemente connessa, di cui, al di là delle facili ironie, non vanno trascurate né i rischi, né le potenzialità. La preoccupazione del 90% del campione intervistato da ‘Kaspersky’ è, infatti, che queste tecnologie ‘futuristiche’ al servizio del corpo umano, se da un lato lo renderanno più ‘performante’, dall’altro, lo esporranno al pericolo di ‘attacchi’ da parte di una raffinata ‘bio-criminalità’, in grado di ‘hackerare’ e, forse, prendere il controllo dei ‘device’ impiantati. Con buona pace della nostra privacy. Per società come ‘Kaspersky’, in prima linea nella lotta alla criminalità informatica, sicuramente una ghiotta opportunità di 'business'. Altri ancora, temono che la cibernetica, veicolo, secondo una visione ‘transumanista’, di una ‘tecno-utopia’, diventi in realtà una nuova branca del lusso, appannaggio di un èlite che, in un futuro distopico, sarà messa nella condizione di differenziarsi e distanziarsi sempre di più rispetto al resto dei propri simili, allargando la 'forbice' delle disuguaglianze non solo sul piano della redistribuzione della ricchezza, ma anche su quello della ‘nuova umanità’. Come riconosce lo stesso professor Savulescu, “la Human Augmentation ha il potenziale di aggravare le diseguaglianze esistenti. Quindi, la sfida per i governi di tutto il mondo è di definire il modo in cui sfruttare le potenzialità della ‘Human Augmentation’ per fare del bene”. Perché, a ben guardare, le potenzialità esistono e sono allettanti, se solo si guarda agli esempi ‘storici’ degli impianti artificiali nel corpo umano, come il ‘Dodrill-Gmr’ considerato il primo cuore artificiale impiantato durante un intervento cardiaco; o gli impianti ‘cocleari’, in grado di restituire l’udito, in tutto o in parte, a persone affette da sordità congenite o profonde; la ‘Dbs’ (‘Deep Brain Stimulation’: stimolazione cerebrale profonda, ndr), diretta a ridurre i sintomi motori debilitanti caratteristici dei disturbi di movimento come il Parkinson, la distonia e il tremore essenziale; i cristallini artificiali e gli occhi ‘bionici’, questi ultimi ancora allo stadio di prototipo e principalmente dedicati alle persone che hanno perso la vista a causa di retinite pigmentosa o di coroideremia; infine, le infinite applicazioni associate alle ‘nanotecnologie’, ancora distanti dalla pratica clinica, ma con promettenti prospettive sia diagnostiche, sia terapeutiche. In tutto questo territorio di ricerca, ancora inesplorato e privo di una ‘regia regolatoria’, non poteva mancare il poliedrico imprenditore sudafricano, Elon Musk, che dopo le  fortunata esperienze di ‘Paypal’, ‘Tesla’ e ‘Space-X’, tramite il marchio 'Neuralink', rilevato nel 2017, ha deciso di investire sullo svMaialino_Neuralink.jpgiluppo delle ‘interfacce neurali’, le quali consentiranno l’interazione tra il cervello umano e l’intelligenza artificiale con l’intento di poter affrontare e trattare patologie neurologiche o, più semplicemente, di poter offrire agli utenti una grande potenza di calcolo. Alla ‘Neuralink’ è già in cantiere lo sviluppo di un ‘chip cerebrale’ (chiamato ‘The Link’) volto a restituire la mobilità a persone paraplegiche. Il commento del magnate è stato, a dir poco, entusiasta: “E’ come un ‘fitbit’ nel cranio, collegato con dei fili minuscoli. A lungo termine”, ha aggiunto, “sono sicuro che saremo in grado di riprendere il pieno utilizzo del nostro corpo”. Per ora, il chip è stato impiantato per circa due mesi nel cervello di Gertrude, un simpatico maialino indotto a camminare su un 'tapis roulant' con il muso immerso in una mangiatoia, mentre il microchip trasmette i suoi segnali neurologici. Tuttavia, è imminente anche la sperimentazione umana, come annunciato dallo stesso Elon Musk, il quale ha precisato che ‘Neuralink’ avrebbe già ottenuto “il via libera dalle autorità statunitensi ai test sull’uomo”. Non risulta ancora il ‘timing’ che avvierà la sperimentazione umana, ma alla ‘Neuralink’ è diffuso il sogno di alleviare i dolori, trattare depressioni e dipendenze, sino a realizzare il ‘download’ dei ricordi, che potranno essere 'ricaricati' in altri corpi o robot. Tutto ciò, con la speranza di non perdere qualche ‘dato sensibile’, come quell’insieme sconosciuto che forma la nostra coscienza e il nostro stesso modo di essere. In altre parole: la nostra anima. “Il futuro sarà strano”, ha avvisato Musk. Ma solo il tempo potrà svelarci se il nostro domani sarà segnato da un ulteriore 'passo' nel segno dell’evoluzione umana o se, invece, saremo immersi da una realtà illusoria, dove avremo persino difficoltà a distinguere tra realtà e finzione.
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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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