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19 Aprile 2024

La deriva 'inevitabilista' della sorveglianza digitale

di Maria Elena Gottarelli
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La deriva 'inevitabilista' della sorveglianza digitale

L’arrivo imminente di ‘Immuni’, la nuova app per tracciare i contagi da Covid-19, ha aperto un dibattito ancora troppo polarizzato e miope, che non tiene conto del contesto più ampio in cui si gioca la ‘partita’ del controllo tecnologico di massa

E’ materia di uno spinoso dibattito, in queste giornate convulse, l’uscita imminente della nuova app di tracciamento della popolazione denominata ‘Immuni’, che, a partire dalla ‘Fase 2’, dovrebbe contribuire alla lotta contro il contagio da coronavirus. Le informazioni che ci sono sinora pervenute sulla natura e sui metodi di funzionamento di ‘Immuni’ sono, infatti, alquanto frammentarie. Non è chiaro, per esempio, in che modo verranno immagazzinate le informazioni fornite dagli utenti e chi e come potrà servirsene. Come spesso accade in questi casi, il dibattito ha immediatamente subito una polarizzazione piuttosto miope, che non tiene conto del contesto più ampio in cui andrebbe inserito. Da una parte, c’è chi insiste sull’utilità dell’iniziativa, sottolineando l’anonimato dei dati e la non obbligatorietà del ‘download’; dall’altra, c’è chi, più scettico, identifica in ‘Immuni’ una potenziale minaccia per la privacy e un avanzamento nella direzione di una ‘dittatura digitale’, basata sul principio di sorveglianza. E’ da notare che, secondo uno schema ormai familiare, se non ripetitivo, i primi danno dei ‘complottisti’ ai secondi. Del resto, la maggior parte del dibattito, oggi, subisce questa misera polarizzazione, che ben poco spazio lascia a una più approfondita e variegata riflessione.
In questa ‘querelle’, che trova il suo miglior palcoscenico sui social network, ci si imbatte in rimostranze di questo tenore: “Non volete scaricare Immuni, ma siete i primi ad avere accettato qualsiasi condizione sulla privacy per sapere che personaggio di Hollywood siete”. Argomento che alcuni elementi di verità ne contiene. Tuttavia, questa dialettica apre il campo a un altro ordine di pensishoshana_zuboff.jpgero, più profondo. E’ interessante notare come l’argomentazione del “tanto ormai” coincida perfettamente con un preciso ordine ideologico, già preannunciato e analizzato da fior di studiosi e sociologi. Si tratta dell’inevitabilismo (o determinismo) tecnologico. Ce ne parla Shoshana Zuboff, nel suo libro visionario: ‘Il capitalismo della sorveglianza’, edito nella versione italiana da Luiss, (ottobre 2019). Secondo la docente di Harvard, tra i cui meriti vi è quello di aver intervistato centinaia di ‘data scientists’ mettendo a confronto le loro tesi sul futuro di internet, le ‘macroaziende digitali’ hanno messo in piedi una nuova ideologia ‘inevitabilista’, in virtù della quale “saranno (sono) gli stessi utenti (cittadini) a rendere possibile il grande progetto di esproprio dei dati personali”, accosentendovi in maniera mansueta e ordinata. Alla base di questo processo vi sarà, secondo l’autrice, la convinzione, sapientemente indotta, che la deriva totalitaria del digitale sia, appunto, inevitabile. Come una sorta di processo evolutivo ‘darwiniano’, o un assioma di ordine divino. Così, ciò che per sua stessa natura è arbitrario, in quanto oggetto di una volontà umana specifica e ben identificabile, viene fatto passare come un dato di fatto, irrevocabile e assiomatico. Tale meccanismo di pensiero ci induce a pensare che sia troppo tardi, quando in realtà troppo tardi non è per arrendersi di fronte a qualcosa (nella fattispecie l’apparato di internet e della rete) contro cui è impossibile lottare, o per lo meno far valere i propri diritti. Al netto di quanto detto - e per essere ancora più chiari - quel che davvero è interessante del dibattito innescato dall’arrivo di ‘Immuni’ è la retorica inevitabilista che quest’ultima ha 'sdoganato'. Abbiamo fatto bene “i compiti a casa”, ci direbbe Larry Page, co-fondatore di Google. Del resto, ci siamo divertiti a vedere le nostre facce invecchiate grazie a un solo ‘tap’ sui nostri smartphone; ‘Pokemon Go’ era spassosissimo; prenotare un ristorante o farci mandare il cibo a casa grazie a ‘Tripadvisor’ e ‘Deliveroo’ è incredibilmente comodo. Ma qual è il prezzo di tutta questa comodità? Il web - Google in particolare - ha messo “tutta l’informazione del mondo a portata di un click” e senza che dovessimo sborsare un centesimo. Ma l’iperconnettività ha un prezzo ben più alto, che non si misura in dollari. E gli ‘anticomplottisti’ dell’ultima ora, in questo hanno ragione. Il problema non è affatto ‘Immuni’: non è questa app di tracciamento che - pare - dovrebbe garantire molti più diritti di quanto fanno le altre ed è pensata per favorire il benessere comune. Il vero problema sta ‘a monte’. E non ce ne stiamo accorgendo. Da anni, i 'giganti' del web (Google, Facebook, Apple, Xiaomi, Amazon, Microsoft) utilizzano le nostre informazioni per venderle a 'terzi' (aziende private non meglio identificate in nessuna ‘policy’ sulla privacy) destinate a trarne profitto. Il nostro comportamento on line, i nostri indirizzi, le nostre e-mail, le nostre preferenze musicali e perfino i nostri gusti sessuali sono già minuziosamente schedati all’interno dei ‘database’. E costituiscono già ora la ‘materia prima’ di cui si servono le aziende per fare soldi. In questo contesto, ‘Immuni’ risulta concepita molto più democraticamente. Semmai, a suscitare il nostro stupore dovrebbe essere il fatto che la sorveglianza di massa, già ampiamente praticata da decenni, venga oggi ‘istituzionalizzata’. Se non siamo consapevoli del contesto in cui viviamo, non saremo neanche in grado di conoscere - e rivendicare - i nostri diritti. E, attenzione: qui non si vuole intraprendere nessuna lotta contro la tecnologia, ma semmai a favore di un suo uso più trasparente da parte di chi entra in possesso dei nostri dati personali. Ben venga ‘Immuni’, se può aiutarci a contrastare il contagio da Covid-19; ben venga addirittura la sua obbligatorietà, se ci sarà trasparenza su chi entra in possesso delle nostre informazioni sensibili e su come queste ultime saranno utilizzate. Ma - e questo è il punto fondamentale – diviene necessario che questi ‘standard’ vengano imposti anche a tutte quelle aziende private, prima fra tutte Google, che lavorano e lucrano con i ‘big data’. Quali misure si potrebbero prendere contro l’inevitabilismo digitale? Innanzitutto, è necessaria una presa di coscienza consapevole e attiva da parte dei cittadini, attraverso un’elaborazione più sistematica, snella e unitaria delle ‘policy’ sulla privacy. Nessuno le legge, perchè banalmente ce ne sono troppe e sono troppo lunghe. Se dovessimo davvero leggere ogni informativa per le singole attività sul web che si compiono ogni giorno, non ci rimarrebbe tempo per fare nient’altro. Il parlamento europeo dovrà inoltre riprendere in mano il Gdpr (il Regolamento generale sulla protezione dei dati, ndr) grazie al quale, in Europa, numerosi passi avanti sono stati fatti in materia di privacy. Ma altrettanti debbono ancora esser fatti in termini di trasparenza. E’ importante che si prenda coscienza del fatto che, nel futuro che incalza, la lotta per i diritti umani fondamentali si giochi anche sul web. Perché ciò è vero. A maggior ragione in un mondo come il nostro, in cui il confine fra reale e virtuale si fa sempre più sfumato. La speranza è che l’arrivo delle nuove app per tracciare i contagi da Covid-19 apra la strada a un dibattito più approfondito sul tema della sorveglianza digitale, più consapevole e informato della reale posta in gioco, che è altrove. La vera questione risiede, insomma, negli enormi ‘database blindati’, in cui le nostre informazioni vengono vendute a ‘terzi’, dei quali poco o nulla sappiamo e per finalità che, nella maggior parte dei casi, ci sfuggono totalmente.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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