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18 Novembre 2017

Elementare, Holmes

di Giorgio Morino
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Elementare, Holmes

La conclusione della quarta stagione della serie inglese sulle avventure del più famoso detective del mondo ha messo in luce la modernità di un personaggio nato più di un secolo fa grazie anche a un innovativo metodo produttivo, che di fatto ha abbattuto il muro che separa cinema e televisione

Che il mercato dell’intrattenimento si stia progressivamente ‘spostando’ dal grande al piccolo schermo è un dato di fatto: basti pensare al sempre crescente numero di serie televisive che, complice anche la diffusione dei servizi ‘streaming’ legali come, Netflix e NowTv, stanno letteralmente affollando i ‘piccoli schermi’. I prodotti son sempre diversi e lo sforzo produttivo dei network fa si che, in alcuni casi, il confine tra film e serie televisiva sia talmente labile da non essere quasi distinguibile. 'Sherlock', serie della Bbc con protagonisti Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, è una di queste. Basata sui personaggi ‘iconici’ creati da Sir Arthur Conan Doyle nel 1887, la serie ha lo straordinario merito di attualizzarli al contesto moderno di una Londra cosmopolita e in piena evoluzione tecnologica, mantenendo comunque intatti gli archetipi narrativi tanto cari agli appassionati. La storia è quella nota a tutti: il dottor John Watson, medico rimasto ferito in Afghanistan (esattamente come la sua ‘controparte letteraria’ dell’800), si ritrova a vivere a Londra condividendo un appartamento al 221b di Baker Street con Sherlock Holmes, un geniale e, al contempo, ‘sociopatico’ investigatore privato, consulente informale di Scotland Yard, assurgendo ben presto a un’imprevista notorietà che porterà con sé sfide sempre più impegnative e nemici sempre più mortali. Dicevamo all’inizio del progressivo avvicinarsi delle ‘serie tv’ agli standard cinematografici: Sherlock è l’esempio calzante di questa tendenza. Il ‘serial, giunto in questo gennaio alla sua quarta stagione, è composto da pochi episodi molto lunghi: ogni produzione è stata infatti segmentata in soli tre episodi da oltre un’ora e mezza, sfociando nel genere dei film per la tv. Una scelta apparentemente controproducente, dato il normale standard televisivo, il quale impone da decenni una ventina di episodi circa della durata oscillante tra i 20 e i 40 minuti, ma che in questo caso non solo si è rivelata vincente, bensì estremamente congeniale alla natura della narrazione. Chiunque abbia mai approcciato i racconti e i romanzi con protagonisti i due insoliti detective di Baker Street sa quanto mistero e logica giochino un ruolo chiave nella narrazione, spesso a discapito dell’approfondimento psicologico dei protagonisti. D’altronde, bisogna ricordare che i racconti di Conan Doyle venivano pubblicati sullo ‘Stand Magazine’. Di conseguenza, la natura breve e l’immediatezza della fruizione limitavano un vero e proprio approccio introspettivo, se non per alcune caratteristiche del detective, come la dipendenza dalla cocaina (elemento censurato a lungo) e la tendenziale indifferenza verso i rapporti interpersonali. Tutte queste caratteristiche sono state riprese e ampliate, donando allo Sherlock di Cumberbatch un 'appeal' unico e innovativo: il suo rapporto con il dottor Watson, sempre al limite tra l’amicizia e il disprezzo del dottore verso alcuni atteggiamenti del suo ‘coinquilino’, viene reso in maniera eccellente, meglio di quanto mai fatto fino a questo momento, sia al cinema, sia in tv. Ma è il rapporto tra Holmes e la sua ‘arcinemesi’, James Moriarty, a catturare lo spettatore. La storia della nemesi del celebre detective è uno di quei casi della letteratura in cui la fantasia di un autore viene superata: Moriarty, descritto da Holmes nel racconto ‘L’ultima avventura’ del 1983 come "il Napoleone del crimine", è un genio del male che impegna Sherlock in una lotta apparentemente mortale presso le cascate di Reichenbach in Svizzera. L'autore, Arthur Conan Doyle, aveva creato Moriarty per dare degna conclusione alle avventure dell'investigatore, ponendolo di fronte a un’intelligenza pari alla sua, creando cioè un ‘climax narrativo’ che si sarebbe dovuto concludere con la morte drammatica di entrambi. Le proteste dei lettori obbligarono lo scrittore a ‘resuscitare’ Holmes, ma il compito di riportare in vita il suo rivale venne presa dalla successiva letteratura ‘apocrifa’ del cinema e della televisione. Nello specifico caso di Sherlock, il ruolo di Moriarty, interpretato dall’attore irlandese Andrew Scott, non è solo quello di genio del crimine, ma di vero e proprio ‘tormento emotivo’ per il detective: un personaggio capace di esasperare caratteristiche proprie del protagonista e di metterlo di fronte alle estreme conseguenze che la genialità porta con sé. Il ruolo di Moriarty diviene, paradossalmente, più centrale in questa nuova quarta stagione, in cui nonostante la morte del personaggio, il suo ‘spettro’ torna inaspettatamente a tormentare Holmes e i suoi cari, spingendo il detective in un territorio fino a quel momento inesplorato dallo stesso Conan Doyle: i sentimenti. Per tutta la durata della serie, l’aspetto emotivo della narrazione aleggia intorno alla figura di Holmes senza però travolgerlo nel profondo, anche nei momenti più toccanti. In questa quarta stagione, invece, è proprio il sentimento a prevalere sulla razionalità del protagonista, creando un ‘plot twist’ da ‘standing ovation’ capace di ribaltare tutte le convinzioni fino a quel momento acquisite sui personaggi. Questa produzione della Bbc ha dunque il merito di aver ‘svecchiato’ e riammodernato un grande personaggio della storia della letteratura moderna, presentando al pubblico un prodotto sempre in bilico tra film e sequel televisivo che, a meno di sorprese, dovrebbe accomiatarsi dal proprio pubblico con un finale al cardiopalma, emotivamente sconvolgente. Per sapere se le avventure di Holmes e Watson proseguiranno bisognerà, tuttavia, attendere molto tempo, perché, come ormai sanno gli appassionati, tra la produzione di una serie e la successiva, possono trascorrere tra i 2 e i 3 anni. Ma in fondo, la pazienza è la virtù dei forti.

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