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14 Aprile 2021

Figli di un tempo che non c'è più

di Francesca Buffo
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Più longevi, decisamente tecnologici e con tanto tempo a disposizione: ecco come saremo entro una decina d’anni, secondo Domenico De Masi. Un futuro nel quale, soprattutto per i paesi del Primo mondo, sarà sempre più necessario e complesso ridistribuire la ricchezza, il lavoro, il sapere e il potere.  

Domenico De Masi, Sociologo e Professore ordinario di Sociologia del Lavoro presso la facoltà di Sociologia dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha contribuito a elaborare e diffondere il paradigma post-industriale, basato sull'idea che, a partire dalla metà Novecento, l'azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa abbia prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica. Tutto ciò ha determinato nuovi assetti economici, nuove forme di lavoro e di tempo libero, nuovi valori, nuovi soggetti sociali e nuove forme di convivenza. La sociologia di Domenico De Masi analizza soprattutto i gruppi creativi, la creatività come sintesi di fantasia e concretezza, l'ozio creativo come sintesi di lavoro, studio e gioco. Sono molti i suoi interventi nei quali ha formulato ipotesi sulla possibile evoluzione della nostra società nei prossimi decenni. Ne riportiamo una delle più interessanti, esposta nel corso del Iab Forum 2010 di Milano, in una relazione intitolata ‘Dalla società analogica alla società digitale Iab Forum, svoltosi a Milano ai primi di novembre. Una conferenza dalla quale sono nati molti termini utilizzati dall’informazione in quest’ultimo anno. Vi ricordate ad esempio la generazione né-né? Qual è la situazione attuale della nostra società Io credo che attualmente ci troviamo in mezzo al guado. Un guado, a mio avviso, affascinante nel passaggio dalla società industriale a quella postindustriale. Intendo per società industriale quella che ha avuto inizio nella metà del Settecento, si è sviluppata soprattutto agli inizi del Novecento e, a mio avviso, è finita con la Seconda Guerra mondiale nella metà del Novecento. È stata una straordinaria avventura dell’Uomo durata duecento anni, all’inizio della quale l’umanità contava 600 milioni di persone mentre alla fine ne contava 6 miliardi. All’inizio la vita media, in un paese come l’Italia, era di 45 anni. Mentre oggi ha raggiunto i 78 anni per i maschi e 84 anni per le donne. In Italia ci sono 800mila vedovi e 3 milioni e duecento mila vedove. La società industriale ha prodotto dal suo stesso seno la società nella quale oggi ci troviamo, quella che io definisco appunto post-industriale. E mentre la società industriale era basata sulla produzione in grandi serie di beni materiali, la società postindustriale è centrata prevalentemente sulla produzione di beni immateriali. Ovvero di informazioni, di simboli, di valori ed estetica. Questo non significa che noi faremo a meno dei beni materiali, così come la società industriale, a suo tempo, non fece a meno dei prodotti della terra (ma fece a meno dei contadini, sostituendoli con concimi chimici e con trattori automatici). Allo stesso modo noi cittadini della società post-industriale non facciamo a meno dei prodotti industriali, che facciamo produrre prevalentemente dai robot o nel terzo mondo. Nel passaggio fra queste due tipologie di società si sono determinate conseguenze notevoli. La prima conseguenza riguarda la ripartizione del mondo in tre tipologie di paesi. I paesi del Primo Mondo tendono a conservare il monopolio della produzione di idee, scaricando poi sui paesi emergenti la produzione di beni materiali. Quando Marchionne annuncia che porta in Italia la produzione della Panda è solo perché è una persona generosa verso la Campania. Ma, per il resto, non conviene più ‘fare’ la Panda in Italia. Conviene invece inventarla. Magari inventare una Panda elettrica. Perché il Primo Mondo ha un costo del lavoro che è estremamente più alto rispetto a quello degli altri. In media un’ora di lavoro di un operaio a Milano costa 24 dollari, 1 dollaro in Cina, 3 dollari nella Corea del sud, 7 dollari a Singapore, 12 dollari in Brasile. Quindi, per quanto riguarda l’Italia, non c’è alternativa: o Primo Mondo o Terzo Mondo. Ovvero, o siamo paesi produttori di idee e di informazioni o siamo paesi produttori di beni materiali. La seconda grande conseguenza è quella che gli economisti americani chiamano jobless growth, ovvero ‘sviluppo senza lavoro’. Gli esseri umani in oltre venti mila anni hanno imparato a produrre sempre più beni, sempre più servizi ma con meno lavoro umano. Noi avevamo tante sfide da affrontare: la sfida del dolore, della noia, della miseria, della morte. Ecco, la sfida del lavoro è forse oggi quella più vinta, anche se poi gestiamo male questa vittoria. Noi oggi riusciamo a produrre di più con minore fatica, però invece di ridurre la fatica per tutti, abbiamo genitori che lavorano oltre dieci ore al giorno e figli totalmente disoccupati. L’altra conseguenza del passaggio fra la società industriale alla società post-industriale – altro dolore per quanti di noi sono laboriosi – è che aumenta il tempo libero. Oggi il tempo libero supera largamente il tempo di lavoro anche se non ce ne accorgiamo. Un giovane di 20 anni ha davanti a sé 60 anni di vita perlomeno, che corrispondono a 530 mila ore. Se questo giovane riuscisse a trovare lavoro a 25 anni e lavorasse fino a 65 anni, calcolando una media lavorativa di 2 mila ore all’anno (che corrisponderebbero a 80 mila ore in quarant’anni) avrebbe a disposizione 450 mila ore di ‘non lavoro’ nel corso della sua vita. Anche calcolando che questo giovane nel lungo periodo impieghi per mangiare e dormire circa 8/9 ore al giorno, sarebbero 220 mila ore. Ne resterebbero quindi 230 mila da dedicare al tempo libero. Questa è una buona notizia per tutti quelli che amano la vita e probabilmente, nei prossimi anni, vi ci abitueremo tutti. Ma oggi, tutto questo tempo libero, come lo stiamo organizzando? Principalmente creando un mercato di lavoro di creativi. Una sorta di nucleo interno, una matrioska del mercato del lavoro di creativi garantiti e ben pagati, alla quale si affianca una fascia esterna composta da lavoratori esecutivi, in parte garantiti e in parte no. E poi una massa crescente di lavoratori definibili ‘né/né’, né lavoro né studio. Persone che hanno il diritto di consumare ma non hanno il diritto di produrre. È una nuova tipologia di soggetti sociali che si sposa poi con un’altra tipologia e un’altra conseguenza che è quella della progressiva distinzione della società di cittadini che io definisco analogici e digitali. Per digitali non intendo solo quelle persone che hanno dimestichezza con la digitalità, con l’informatica e con la telematica, ma anche persone che accanto a quella predilezione per la digitalità hanno poi creato un genere di vita che si distingue nettamente dal genere di vita degli ‘analogici’. È un genere di vita che comporta amore per la notte, non meno che per il giorno; amore per i giorni feriali, non meno che per i giorni festivi; dimestichezza con la sessualità; dimestichezza con le nuove tecnologie e un notevole ottimismo nei confronti del futuro. Là dove gli analogici hanno invece poca dimestichezza con la digitalità – io ho ancora colleghi in università che si vantano di scrivere con la penna stilografica – hanno paura di tutto. Del debito pubblico, degli immigrati, della violenza, delle biotecnologie, dell’omosessualità e così via. Per fortuna la schiera dei digitali aumenta e quella degli analogici – se non altro per motivi anagrafici – si va riducendo. Questo è il rapidissimo identikit della società nella quale – secondo me – ci troviao oggi. 


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Questo articolo è tratto dal numero 1 di Periodico italiano magazine versione sfogliabile

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