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25 Ottobre 2026

Una vita senza social

di Elisabetta Chiarelli
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Una vita senza social

Anche solo per qualche istante, ci siamo trovati a immaginare come sarebbero, oggi, le nostre relazioni sociali senza l'utilizzo delle piattaforme di networking
 
E’ accaduto proprio quest’estate, ad agosto 2026. Dopo un’inchiesta giudiziaria, che ha visto fronteggiarsi ben ventinove Stati americani contro il colosso finanziario 'Meta' di Mark Zuckerberg, si è pervenuti a "patteggiare" oltre diciotto miliardi di dollari per evitarne la chiusura. La società fondatrice di Facebook e Instagram, infatti, ha dovuto offrire idonee garanzie per tutelare l’integrità psico-fisica degli adolescenti, dato che le accuse mosse a suo carico riguardavano proprio il fatto che 'Meta' avesse progettato i social network artatamente, al fine di creare dipendenza tra le giovani generazioni. Pertanto, Mr. Zuckerberg ha dovuto promettere l’inserimento di appositi dispositivi, quali blocchi notturni e limiti temporali, per l’utilizzo dei social da parte dei giovanissimi.
 
Ora, al di là della vicenda giudiziaria, sarebbe interessante compiere un piccolo esercizio di fantasia e immaginare la nostra vita, oggi, da un momento all’altro, senza l’esistenza dei social. Ci siamo chiesti, in particolare, quanto questi abbiano inciso sulla qualità delle nostre relazioni in questi ultimi vent’anni. Ebbene, tracciando una lista di aspetti positivi e negativi, potremmo ascrivere ai primi, senz’altro, l’eliminazione delle distanze spazio-temporali e, con esse, del senso di abbandono o di separazione che, da sempre, accompagnano i rapporti umani nelle varie fasi dell’esistenza.
 
In un certo senso, i social hanno contribuito ad abbattere un muro di ipocrisia, eliminando ogni sorta di pretesto nelle relazioni interpersonali. Attualmente, non si può più addurre, a giustificazione del fatto di “essersi persi di vista”, che in fondo “così è la vita”, che ogni ciclo inizia e giunge al termine o che gli impegni, nonché i problemi quotidiani, finiscono inesorabilmente per assorbirci a tal punto da sottrarci il tempo di inviare un 'messaggino' di saluti o di auguri all’amico di sempre. Ed è proprio così che la 'carne viva' dei rapporti affettivi finisce nel 'freezer' dell’eterno presente di internet e dell’illusione che esso porta con sé. Ossia, al “tutto cambia per non cambiare mai” di 'gattopardesca memoria'.
 
Tale modesto colpo inferto all’ipocrisia delle scuse di circostanza cede, tuttavia, il passo a un recupero vertiginoso della medesima per altri innumerevoli aspetti. Il mettersi tutti ‘in vetrina’ perpetuamente iperconnessi, ci obbliga a mostrare la versione migliore di noi stessi 'H24', senza la minima flessione che possa anche solo lontanamente far crollare la nostra credibilità presso i sempre più numerosi followers. Dobbiamo, pertanto, manifestarci costantemente sorridenti, in piena forma fisica, senza un filo di ricrescita tra i capelli, con la tinta appena fatta e una capigliatura folta e lucente, con un 'outfit' all’ultimo grido, preferibilmente su uno yacht, anche se di proprietà altrui e con un calice di champagne tra le dita. Nonché,Zuckerberg_dopo_la_multa.jpg non da ultimo, abbracciati a un aitante surfista o a una supermodella, a seconda dei casi, magari con prole al seguito e con un panorama mozzafiato sullo sfondo. Peccato che, tra tradimenti, separazioni e divorzi in pieno stile 'Guerra dei Roses', le aule dei tribunali e gli studi televisivi implodano. E i nostri più celebri direttori siano costretti a riempire pagine e pagine dei loro giornali con le varie 'Poste del cuore' e la consueta risposta: “La verità è che non gli/le piaci abbastanza”. Perché è proprio questo, in fondo, il senso di tutte le cose.

Se ci rendessimo conto di quanto poco agli altri importi, in realtà, delle nostre vite, saremmo noi stessi a scollegarci da tutti i social, risparmiando a Zuckerberg l’onere di pagare milioni e milioni di dollari di multa. Tutto verrebbe nuovamente rimesso in gioco, affidato alla casualità della vita o al destino, per i più romantici. Impareremmo a dare più valore al tempo e, soprattutto, alle persone. La consapevolezza di non disporre sempre di una seconda 'chance' per recuperare i rapporti, forse ci spingerebbe a valorizzarli, a riflettere sull’importanza che una persona può assumere nella nostra vita, sul fatto che potremmo allontanarcene definitivamente senza la possibilità di rincontrarla. 

Forse, il sentore di questo ci spingerebbe a lottare sino in fondo per ciò che ci sta a cuore, a sentire nuovamente dentro di noi i sentimenti pulsare e, soprattutto, a saperli riconoscere. Torneremmo, probabilmente, a salutarci per le strade e a non sottrarci allo sguardo altrui. A salutarci anche tra sconosciuti, regalando un sorriso. La qual cosa, potrebbe tornare a essere una prassi quotidiana, in grado di far rinascere in noi la fiducia nell’Altro e la disponibilità ad accogliere amici vecchi e nuovi. Sarebbe bello, soprattutto per i più giovani, immaginare di ritrovarsi il pomeriggio, dopo la scuola o al termine della giornata lavorativa, in piazza a gustare un gelato in compagnia, a scherzare e a ridere come se il tempo non bastasse mai e, soprattutto, non finisse mai. Tutto questo, attualmente, resta solamente un bel sogno. E dai sogni, anche da quelli più belli, prima o poi é necessario svegliarsi, al fine di osservare come per le strade, fuori dai negozi o in fila allo sportello, adulti e ragazzi siano, ormai, completamente narcotizzati in una 'bolla' di incomunicabilità, con gli sguardi letteralmente incollati agli schermi degli smartphone, intenti a 'scrollare' una sequenza infinita di post come se non ci fosse un domani. E’ questa la drammatica rappresentazione della realtà in cui viviamo. 

A chi teme che l’intelligenza artificiale possa sradicare anche gli ultimi scampoli di umanità che ci sono rimasti, arrivando financo a utilizzare i robot per sostituire gli esseri umani nello svolgimento delle loro attività di tutti i giorni, possiamo rispondere che non sarà nemmeno necessario giungere a tanto. Perché siamo noi stessi a essere diventati dei robot. L’anaffettività in cui, ormai, le nostre relazioni sono sprofondate, ma soprattutto in cui annega la nostra percezione del mondo e della realtà che ci circonda, trova un tragico riscontro nei fatti di cronaca che catalizzano, pressoché quotidianamente, l’attenzione dell’opinione pubblica e che riguardano, in particolar modo, i più giovani.

L’efferatezza con cui ragazzi poco meno che adolescenti programmano e portano a compimento vere e proprie 'spedizioni punitive' ai danni di coetanei, nonché dei loro insegnanti o familiari, per poi rendicontare l’accaduto sulle piattaforme social, costituisce la cifra del deserto emotivo in cui, anche noi adulti, siamo inesorabilmente dispersi, sempre più incapaci di accorgerci della sofferenza altrui, fossero anche i nostri figli o coloro che ci vivono accanto. Ma ciò che maggiormente sgomenta è come l’utilizzo massivo dei social abbia definitivamente azzerato nei giovani la percezione del pericolo, nonchè, drammaticamente, il senso della realtà e, con esso, la capacità di distinguere il bene dal male. La narcosi dei sentimenti e, più in generale, della coscienza che da alcuni decenni attanaglia la società civile è, oggi, la vera 'droga' del terzo millennio. Ciò è talmente vero che alla domanda in oggetto a queste considerazioni, cioè  su come sarebbe potuta cambiare la nostra vita qualora i social network fossero stati messi 'fuori gioco', il noto psichiatra Paolo Crepet ha risposto, senza distinguere tra adulti e adolescenti, che il senso di dipendenza da essi avrebbe dovuto essere necessariamente compensato con qualcos'altro: una sorta di 'metadone' per evitare che la repentina rimozione dei social possa produrre effetti ancor più deleteri sul consesso sociale. 

Evitare il dolore è la vera ebbrezza che i social network ci permettono costantemente di provare. E racchiude il senso di compensazione che proviamo nello 'scrollio' incessante sugli smartphone. Abbiamo dimenticato che il dolore è il prezzo dell’amore e che, parafrasando le parole di Albert Camus, senz’altro esso "è crudele, ma anche l’unica cosa che ci è rimasta".

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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