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24 Gennaio 2022

Tutti uniti contro il bullismo: scuola, famiglia e istituzioni

di Valentina Spagnolo
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Tutti uniti contro il bullismo: scuola, famiglia e istituzioni

Possiamo continuare a far finta di non vedere un fenomeno che dev’essere combattuto, ma anche prevenuto, con nuovi strumenti educativi? L’impegno della Fidu e dell’associazione ‘In nome del rispetto’ per garantire dignità al futuro delle nostre generazioni più giovani

Il 7 febbraio scorso è stata la Giornata nazionale contro il bullismo, un fenomeno purtroppo dilagante, a partire dagli ambienti scolastici italiani. Pertanto, la Fidu – Federazione italiana per i diritti umani - ha coinvolto esperti in materia con un webinar tenutosi lo scorso 10 febbraio 2021, promosso dal Comitato Fidu di Arezzo e moderato dall’avvocato Emiliano Bartolozzi, in supporto al contrasto di tale fenomeno e rivolto al mondo della scuola, ai docenti, alle famiglie e, soprattutto, ai giovani protagonisti. La Fidu inserisce tale argomento nel quadro generale dei diritti umani, secondo le Convenzioni internazionali in materia. Il 'cyberbullismo' è infatti un fenomeno di grande attualità, che non poteva essere già previsto nel 1948 dalla nostra Costituzione. Tuttavia, il 'bullismo' è sempre esistito e la differenza, nel tempo, è data soprattutto dall’aumento della casistica nella cronaca. Innanzitutto, è opportuno tener presente il principio costituzionale della non discriminazione, ovvero il divieto di considerare alcune categorie di persone, per esclusiva ignoranza, discriminate ed emarginate per una particolare connotazione personale: razza, sesso, livello sociale e culturale. La discriminazione, infatti, è già un primo elemento caratterizzante del fenomeno, soprattutto tra i giovani. In secondo luogo, nell’ultimo decennio, i casi emersi a livello sociale hanno portato a normative nazionali per combattere la discriminazione di genere, ma molti casi di cronaca hanno evidenziato l’esigenza di combattere anche molte forme di violenza intimidatoria tra i più giovani. Un principio assolutamente importante e universale, rispetto alla Convenzione sui diritti del fanciullo, è infatti il diritto all’educazione, il quale comporta l’obbligo per gli Stati, le autorità e le istituzioni a realizzare questo compito con intenti più sostanziali e materiali. Il riconoscimento di tale diritto ha indubbiamente importanti conseguenze sulla vita futura del bambino, ma in Italia siamo ancora molto indietro su queste problematiche e anche la crisi della pandemia, con le incoerenti idee attuate dai nostri esecutivi più recenti, ha costretto molti studenti in didattica a distanza, rivelando un sistema educativo inappropriato anche per questioni sociali, con settori della popolazione scolastica emarginati e svantaggiati. L’impegno della Fidu, negli ultimi anni, si è dunque espresso anche in questo settore, selezionando come partner l’associazione ‘In nome del rispetto’, che ha sede a Foligno (Pg), in Umbria. Chi appare ‘diverso’, in quanto non omologato a determinati ‘canoni’ sociali o ad arretrate forme di classismo non dev’essere emarginato. E tutto dovrebbe ruotare attorno a una cultura del rispetto e dell’Altro, riprendendo in mano il ‘filo’ dell’evoluzione anche delle scienze sociali. Per iniziativa della Fidu e dell’associazione umbra 'In nome del rispetto', sono state perciò organizzate diverse edizioni di un concorso nazionale rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado, dalla materna fino all’Università, chiamando bambini e studenti a elaborare l’argomento secondo le proprie età e competenze mediante molte forme di espressione, dal disegno alla scrittura, dalla musica ai video, ottenendo in tutta Italia ottimi risultati. Proprio per questo, le due associazioni si prefiggono di rinnovare lo stesso invito di anno in anno. E i Comitati locali della Fidu sono sempre più coinvolti nell’interazione di questo progetto in numerose città. Durante il webinar, l’avvocato e giudice onorario per le sezioni specializzate in materia familiare, Maurizio Colangelo, ha regalato degli spunti di riflessione molto importanti, sottolineando come “negli anni passati, il problema sia stato sottostimato: l’aumento della tecnologia è aumentato e si sa di più ora, ma troppo poco si è fatto per contenere tale fenomeno. Gli ultimi eventi di cronaca evidenziano la pericolosità sociale del fenomeno e mostrano l’importanza di intervenire sia sotto il profilo sociale, sia in quello psicologico e giuridico. Emerge un dato di aumento dei casi di bullismo del 77%: ci stiamo abituando a tutto questo e non dobbiamo distrarci”. Su tale tematica si è sollevata, di recente, anche la voce dell’Unicef, organismo di grande credibilità, dichiarando allarmante tale fenomeno e i comportamenti deviati e persecutori di minori a danno di altri coetanei. Le statistiche dicono che 1 giovane su 3 sia stato oggetto passivo di atti di bullismo. La Legge n. 92 del 2019 ha previsto il ritorno della materia dell’Educazione civica, in favore della quale il Miur ha in seguito emanato alcuni importanti linee guida. A partire da questo dato normatCover_stop_bullismo.jpgivo ci si è attivati per dare supporto a tutti i soggetti operativi del contesto scolastico e non solo. L’educazione civica reintrodotta tra le materie di studio pone una riflessione importante sugli strumenti didattici da inserire per i docenti e contrastare i fenomeni di bullismo e cyberbullismo. Molti dei ragazzi autori, a volte inconsapevolmente, degli illeciti si trovano in condiizoni di disagio sociale e non sono aiutati dai loro contesti socio-familiari. E anche l’omissione di vigilanza sui giovani dovrebbe esser presa in maggior considerazione. Il volume ‘Modelli etico valoriali per la prevenzione del bullismo e cyberbullismo – Una corresponsabilità educativa tra Famiglia – Scuola – Istituzioni’, edito dal ‘Gruppo Albatros Il Filo’, è stato presentato all’interno dell’incontro dagli autori, Maurizio Colangelo e Rosj Guido, come testo aggiornato di suggerimenti e iniziative ‘non banali’, percepibili e comprensibili non solo dagli addetti ai lavori, ma da tutti i ragazzi. “La funzione del progetto editoriale", ha spiegato Maurizio Colangelo, "è quella di essere un supporto ai destinatari principali, docenti, genitori, e studenti stessi nell’ambito della materia di educazione civica. Partiamo dal presupposto che gli studenti hanno fame di conoscenza, e dobbiamo far presente a cosa vanno incontro con i loro comportamenti. Dobbiamo puntare alla prevenzione. Lanciare il messaggio che l’informazione e la formazione aiutano gli studenti e la prevenzione per i docenti. La concretizzazione dello strumento di supporto è evidente. Gli adolescenti devono capire la natura giuridico-sociale e le conseguenze civili e penali dei loro atti illeciti. Anche l’esposizione economico-patrimoniale per il risarcimento del danno da cui possono essere scosse le famiglie delle vittime a causa dell’immaturità ed inconsapevolezza dei bulli dovrebbe essere un punto di riflessione”. La giurisprudenza si sta uniformando sull’aspetto della sottoposizione del risarcimento del danno sia per i docenti, sia per il Miur, in solido con la scuola. È ormai riconosciuta, oggi, la stessa risoluzione del rapporto di lavoro per omissione di vigilanza nei confronti del minore. E nuovi effetti giuridici debbono essere palesati agli adolescenti inconsapevoli, per puntare alla prevenzione del fenomeno. Oltretutto, l’attuale periodo storico, in cui la pandemia ha messo alla prova chiunque e in qualsiasi ambito, ha inciso profondamente sull’aumento dei casi di violenza: “Il fenomeno del bullismo”, ha aggiunto Colangelo, avvocato penalista, “è difficile da identificare, ma per il cyberbullismo è invece possibile, dato l’uso diffuso del pc. Bisogna anche fare attenzione all’approccio nei confronti della vita, dove viene tollerata la sopraffazione e il movente principale è la forza e il successo, dove i ‘No’ e le sconfitte vengono considerate impossibili al proprio figlio. Il genitore diventa amico del proprio figlio perdendo il proprio ruolo educativo, stigmatizzando l’ambiente scolastico”, ha concluso. Si dovrebbe, insomma, ripartire da un maggior impegno istituzionale, in contrasto a una certa e purtroppo diffusa ‘cultura dei disvalori’ in favore di una cultura controcorrente. Non ci si può attivare solo quando ci si identifica nel problema. Ma il riconoscimento di un problema sociale come questo ha senso quando si è capaci di cogliere le radici sociologiche di una nuova cultura dell’Altro. I modelli di prevenzione sono solo un punto di partenza, ma a questi deve associarsi un patto di corresponsabilità tra scuola, istituzioni e famiglia, concretizzando ogni azione diretta alla prevenzione. Bisogna pensare ai minori sempre, non solo sulla carta, al momento dell’iscrizione scolastica. E debbono essere proposte iniziative continuative e congiunte, assieme agli operatori del diritto. A questo punto, è intervenuta la psicotraumatologa e mediatore familiare, nonché co-autrice del libro, Rosy Guido, la quale ha chiarito il contesto e le dinamiche in cui si sviluppa il bullismo. Partendo dal concetto di violenza, la studiosa ha spiegato come la stessa si estrinsechi “tramite comportamenti vessatori e aggressivi che attengono a ciascuno di noi. Un fenomeno che può toccare chiunque”, ha proseguito, “e che deve interrogarci in ogni ruolo sociale e istituzionale. Come intervenire a tutela dei nostri ragazzi e sul ruolo della famiglia, nella manifestazione di questi comportamenti, è anche un problema di salute pubblica. Il bullismo si manifesta con comportamenti aggressivi e provocatori. E tale atteggiamento è perpetrato nei confronti della persona più fragile, senza accorgersi del male che si arreca alla propria vittima. Si tratta”, ha concluso la Guido, “di soggetti manchevoli di empatia, di chi non si accorge delle conseguenze del proprio comportamento sull’Altro, cercando di non creare alcuna relazione con lui, quasi per giustificare il proprio comportamento”. Il fenomeno del bullismo incide su un principio sancito costituzionalmente per il minore nella Convenzione del 1989 sui diritti del fanciullo, che include la necessità del bambino di ricevere una formazione ed educazione essenziale nel contesto scolastico. Ciò vuol dire, che la stessa evoluzione del bambino e il suo vissuto saranno modificati. Invece, è proprio all’interno del contesto scolastico che il bambino dovrebbe realizzare i suoi diritti e i progetti sulla realtà futura in maniera dignitosa. Come ha continuato a spiegare la psicologa, “vittima e bullo sono due facce della stessa medaglia; forse il bullo è stata una vittima in maniera diversa e agisce in maniera distinta, per ciò che ha precedentemente subito”. Un altro concetto molto importante intorno al quale si sono soffermati gli esperti è quello della: ‘Teoria dell’attaccamento di Bolwby’. Questa afferma che sono le modalità attraverso cui cresciamo i nostri figli, in cui trasmettiamo loro le emozioni, l’attaccamento a partire dal contatto visivo, a incidere sui bambini di domani. Diamo un modello al bambino, che lo adotterà poi con i suoi coetanei e in ogni ambiente dove si relazionerà. Oggi a scuola si promuovono delle autonomie prima del tempo: le lunghe gite scolastiche per più giorni ne sono un esempio. In considerazione di ciò, alcuni genitori si pongono in modo molto più protettivo, scartando queste occasioni di socialità per i propri figli. Ciò è uno di quegli elementi che distinguono l’accrescere della sicurezza, oppure dell’insicurezza, tra i bambini, che ne faranno poi un proprio stile di vita. Anche l’eccesso di attenzione, insomma, può provocare questo tipo di reazioni. Diversamente, per il ‘bullo’ si parla di “attaccamento insicuro ambivalente”, dove sussiste un forte egoismo e in cui ciascun genitore è concentrato sul proprio lavoro, è poco disponibile e delega molto. Questa ‘assenza’ spesso sussiste dove non c’è altra compensazione. Si crea così una reazione ‘contro-topica’, facendo del ragazzo un "prepotente fuori casa", un leader che ottiene attenzioni di cui si è sentito privato. Fabio Pasquini, socio del Comitato Fidu di Arezzo, per esempio ha notato che “il bullo tendenzialmente non è un criminale: potrebbe essere un nostro figlio, nipote o vicino di casa: una persona normale, che lo diventa nella misura in cui soffre le regole della nostra società. Egli non si identifica nei valori che la nostra società esprime”. Pasquini si è quindi domandato: “La famiglia, o la scuola, ha una responsabilità e un’incapacità di trasmettere determinati insegnamenti ai nostri figli, oppure le motivazioni sono altre? Cosa possono fare concretamente la famiglia e la nostra scuola”? Secondo Rosy Guido, tornata sull’argomento, “non esiste un’unica causa: esiste un insieme di cause, ascrivibili a personalità del soggetto, al contesto familiare, a quello scolastico, al gruppo entro il quale ha fatto le sue prime esperienze. Dobbiamo assumerci delle responsabilità, ciascuno nel proprio ruolo, per partire da un dato fondamentale: quello educativo. L’educazione è trasmissione di valori, di affettività, permettere ai nostri figli, ai bambini, agli allievi, di riconoscere le emozioni, di sapere quali sono gli effetti di determinati comportamenti. Tutto ciò sta alla base di una prevenzione adeguata di qualsiasi fenomeno di aggressività”. Antonio Stango, presidente della Fidu, ha concluso l’incontro sul contrasto al fenomeno,  preoccupante, del bullismo e del cyberbullismo, affermando che “l’attivista per i diritti umani può fare molto. Oltre al concorso cui ho accennato esiste, per esempio, l’educazione permanente: spesso possiamo organizzare incontri anche per adulti, su questi temi, con esperti della materia. Si tratta di avere un approccio interdisciplinare e di mettere insieme famiglia, scuola, istituzioni. Il ruolo di chi si occupa di diritti umani nel proprio territorio è importantissimo. Si può anche contribuire”, ha concluso il presidente Stango, “a ‘educare gli educatori’, poiché unire i diversi approcci e conoscenze può essere molto utile”.
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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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