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16 Ottobre 2019

Bobo Craxi: "Le forze populiste sono eterodirette dall'esterno"

di Carla De Leo - cdeleo@periodicoitalianomagazine.it
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Bobo Craxi: "Le forze populiste sono eterodirette dall'esterno"

Consueto incontro di analisi con l’ex sottosegretario agli Affari Esteri, passato a trovarci in redazione al fine di approfondire l’attuale momento politico e cercare d'individuare quali ‘trappole’ il Governo ‘giallo-verde’ stia preparando ‘contro’ il nostro Paese, per meri scopi propagandistici di parte

Il momento politico non sembra essere dei più stabili. Le due forze di Governo sono palesemente in disaccordo su molte questioni. E anche di fronte ai ‘ravvedimenti’, come sta accadendo, per esempio, in merito alla questione venezuelana, forte rimane il sospetto che si stiano prefigurando, da una parte, posizioni puramente propagandistiche, mentre dall’altra si cerca qualsiasi terreno di scontro con l’Europa al fine di provocare un’eventuale uscita dell’Italia dalla Ue. Ciò anche a costo di esporre il Paese a momenti di forte instabilità e di ritorno a un passato di grigiore e arretratezza. Ne abbiamo parlato con l’ex sottosegretario agli Affari Esteri, Vittorio Craxi, al fine di comprendere quali ‘trappole’ il Governo populista ‘giallo-verde’ stia predisponendo, irresponsabilmente, al solo fine di ingannare i cittadini con una serie di clamorose ‘maxi-balle’.

Onorevole Bobo Craxi, cosa ‘diamine’ è successo veramente tra Francia e Italia? Si è trattato di una crisi derivante dalla campagna elettorale per le prossime consultazioni europee?
“Non lo credo affatto. Ê una linea di politica estera che, per il momento, i cinquestelle mantengono ‘coperta’, ma che prevede il ‘cambio di alleanze’. L’Italia, nella sua storia, ha già conosciuto questi passaggi di campo: avvenne nel 1915, con l’ingresso in guerra a fianco dell’Intesa; negli anni ‘30, quando dal neutralismo si passó all’Asse; nel 1943, quando da potenza belligerante firmammo l’armistizio e ci schierammo con quelli che fino al giorno prima erano i nostri nemici. Ora, questi giovanotti cominciano una neanche tanto velata presa di distanza dall’Europa e si spingono verso la rottura con i nostri alleati tradizionali su alcune questioni di rilievo. Non posso pensare che tutto questo sia una semplice tattica elettorale, perché non lo è”.

Molte incomprensioni non derivano dal fatto che le forze populiste stanno cercando un nemico unificante, contro il quale far convergere l’onda protestataria?
“Se così fosse, quanto detto precedentemente sarebbe perfettamente calzante. La verità è che questi movimenti nascono per contenere la protesta o per cavalcarla, ma sovente appaiono ‘eterodiretti’ da forze esterne. È sempre stato così: come dimostrato, sin dagli anni ’70 del secolo scorso, i nemici dell’Italia, dell’Europa e dell’alleanza atlantica sanno bene come usare gli elementi di rottura che emergono nel Paese e utilizzare le fasi di instabilità per consolidare le loro egemonie. Anche nel caso di Mani Pulite fu così: una crisi endogena, cavalcata dall’esterno”.

IndubbiamenBobo_scrive.jpgte, Macron hai i suoi problemi: che idea si è fatto delle reiterate proteste dei ‘gilet gialli’? C’è qualcuno che sta ‘soffiando sul fuoco’? Chi, di grazia?
“Diciamo che le centrali della destabilizzazione usano dei ‘format’: le proteste esistono, intendiamoci, non sono il frutto di un disegno precostituito. Ma come nel caso di altre crisi subentrano alcuni elementi esterni. Non abbiamo prove, ma sappiamo bene chi si avvantaggia dalla crisi europea e delle sue grandi nazioni. D’altronde, nel caso francese, come in quello spagnolo o inglese, il populismo si nutre di radici ideologiche antiche: il ‘sanfedismo’ si salda con il ‘giacobinismo’, in un micidiale impasto nazionalpopulista. In Spagna, stanno riemergendo i peggiori miasmi del franchismo, in opposizione al rischio di frattura territoriale. Il Regno Unito, infine, è un antico impero che non si é mai capacitato di non esser più tale”.

Veniamo al nostro fronte interno: a noi non sembra che l’attività di governo di Lega e Movimento 5 stelle sia così fantasmagorica e ricca di risultati, almeno sino a oggi: in quali ‘mani’ siamo finiti?
“La propaganda si sta scontrando con la dura prova dei fatti: non sono destinati a resistere a lungo. Come dimostrato anche dale elezioni abruzzesi, il populismo dei 5 stelle non è in grado di reggere alla pressione che la crisi economica, che loro stessi stanno accelerando, genererà fra le classi più colpite, che non sono solo quelle popolari. Il reazionarismo di Salvini, invece, può sopportare, anzi cavalcherà con nuove forme autoritarie, anche la crisi e a un certo punto comincerà a reprimere con energia anche i tumulti di piazza, che non mancheranno”.

Due forze politiche così diverse tra loro finiscono col confondere la propaganda con l’attività di governo e viceversa: ma la propaganda non spetterebbe solo ai Partiti? Perché questo ‘minestrone’ confusionario?
“Perché i Partiti non esistono più nelle forme organizzate che abbiamo conosciuto, con la loro capacità di essere elemento di cerniera tra la società civile e le istituzioni. Ci si affida agli umori che si generano di settimana in settimana, smarrendo ogni capacità di poggiare ogni politica in una prospettiva di lungo periodo. Infatti, non è su un programma di governo che si fonda l’azione dello stesso, ma su un generico contratto, in cui sono contenuti i punti di convergenza delle due forze, tralasciando un immenso spazio di responsabilità politica su cui entrambe, nella maggioranza dei casi, non hanno nessuna idea o visione programmatica. Si vive alla giornata, nel ‘presentismo’ più acuto. Persino Ornella Vanoni, dal palco di Sanremo, ha lasciato cadere ironicamente un’espressione che combacia perfettamente con l’attuale condizione del nostro Paese, quando ha detto: “Navighiamo a vista”. É esattamente così”.

La Terza Repubblica è sempre e soltanto la seconda con interpreti diversi?
“No, é la crisi conclamata di un sistema che, tuttavia, per la prima volta rischia di mettere in discussione i pilastri fondamentali su cui si è costruita la nostra democrazia nel dopoguerra. Ovvero, la certezza del perimetro dell’alleanza militare di difesa e di sicurezza e la prospettiva per la quale hanno lavorato le nazioni che si erano combattute: l’Europa come spazio di pace, di benessere e di interdipendenza economica. Ora, tutto questo è messo chiaramente in discussione. La crisi della prima Repubblica non si spinse mai fino a questi confini, ancorché la maggior forza politica che si salvò dalla ‘mattanza’ giudiziaria avesse trascorso tutto il dopoguerra alleata con il nostro fronte nemico. È necessario avere contezza dei rischi che corriamo se non si riorganizza il baricentro della nostra politica, che deve continuare a essere chiaro nei suoi presupposti di carattere internazionale. Dopodiché, politiche progressiste o conservatrici debbono continuare a confrontarsi, anche a dividersi, ma partendo dalla medesima collocazione di difesa degli interessi nazionali e in un contesto di interdipendenza mondiale”.

Come giudica la posizione italiana sul Venezuela? L’Italia si è posta ‘alla finestra’, oppure stiamo denunciando, in politica estera, un certo provincialismo isolazionista?
“L’Italia non può discostarsi dall’atteggiamento che tutte le altre democrazie europee hanno avuto nei confronti del governo Maduro. Dopodiché, la situazione ha oggettivamente una sua complessità. Un problema di legittimità dell’autoproclamato presidente esiste, così come potrebbe essere un problema se si mettesse in atto l’agenda dei ‘falchi’ dell’amministrazione americana, ovvero l’intervento militare come soluzione delle controversie politiche di uno Stato sovrano: sarebbe un gravissimo errore. Dopodiché, la politica estera italiana appare impalpabile, poco autorevole. Ma non può essere altrimenti, data la fragilità e l’inconsistenza delle forze che la animano”.

E il centro-sinistra? Come potrebbe o dovrebbe reagire di fronte a tutto questo?

“Il centro-sinistra deve riorganizzarsi, trovare le energie che possono sprigionarsi attraverso nuove leadership e la forza, oggi più presente, dell’associazionismo civile e delle forze del mondo del lavoro, che si esprimono attraverso il sindacato. Una protesta civile e sociale, a difesa dei valori della nostra civiltà; una politica economica diversa, in direzione del mondo del lavoro che sta soffrendo; una sinistra che reagisca riorganizzando la sua proposta alternativa di governo e non soltanto una protesta pregiudiziale. Una ‘self-analysis’ che faccia tesoro dei propri errori, ma che non si trascini in un lungo calvario introspettivo: non c’è più molto tempo di fronte a noi”.

Quali prospettive, invece, si potrebbero aprire sul fronte laico? Il Psi non potrebbe tentare un’operazione connotata da una forte impronta civica? Oppure, si tratta di un territorio che rimane colonizzato da Pd e Forza Italia?
“Sono molto d’accordo su questa prospettiva: stiamo lavorando per cercare di allargare il terreno di una lista elettorale che non sia soltanto socialista e radicale, ma anche progressista, ambientalista, aperta al civismo incarnato, per esempio, da Pizzarotti. C’è una fase di transizione nel Partito: non voglio nascondere che sto lavorando con i suoi vertici, perché penso che le emergenze politiche siano tali che attardarci in polemiche e divisioni retroattive non serva a nulla. Io sono per rilanciare il socialismo italiano, la sua capacità di espressione autonoma, la sua presenza organizzata su tutto il territorio italiano: ci vorrà del tempo. La tappa europea, tuttavia, é decisiva per i prossimi anni e non possiamo eluderla, ignorarla o affrontarla a cuor leggero. Per questo, ho dichiarato la mia disponibilità alla costruzione di un fronte politico comune. Per quanto riguarda il mio impegno diretto e attivo, vedremo più avanti”.


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NELLA FOTO: BOBO CRAXI MENTRE RILASCIA UN'INTERVISTA TELEVISIVA

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