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26 Ottobre 2020

Disoccupati? Per ora…

di Alessandro Bertirotti
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Disoccupati? Per ora…

Leggiamo sulle testate nazionali di questa settimana che il numero dei disoccupati a settembre è cresciuto di quasi 2,8 milioni, superando così il livello raggiunto nel quarto trimestre del 1992.  In circa un mese di vita italiana si sono persi 62.000 posti di lavoro, con particolare riferimento alla componente maschile dei lavoratori. Se poi consideriamo i dati di coloro che, al di sotto dei 25 anni, cercano lavoro, troviamo il 10% dei  nostri giovani. Siamo in presenza di un tasso di disoccupazione annuo del 2%, e nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni i giovani che cercano lavoro sono circa 608.000, ossia circa il 10,1% dell'intera popolazione che appartiene a tale fascia. Questa è la situazione, oggettiva. E con questa situazione tutti dobbiamo fare i conti mentali. Dobbiamo cioè elaborare una strategia mentale che ci permetta di credere nel futuro, nonostante la realtà quotidiana che si sperimenta, ci faccia pensare quasi esclusivamente ad una assenza di futuro. Quando l'essere umano si trova in queste condizioni esistenziali, risponde a tale situazione secondo atteggiamenti mentali storicamente determinati (anche facendo appello alla tradizione famigliare alla quale si appartiene), oppure cercando di individuare, con una forte dose di creatività (legata alla presenza di una identità decisamente sicura e forte), qualche nuovo "stile di pensiero". La dimensione originale, secondo noi, rispetto al passato, di questa situazione è l'assenza di indicazioni risolutive proposte dal mondo adulto, sia esso politico (questo, poi, meno che mai è in grado di aiutarci mentalmente…) che della vita comune. Oggi i giovani sono e si sentono come abbandonati a loro stessi, anche grazie ad atteggiamenti iperprotettivi, i quali rivelano in effetti un forte grado di insicurezza educativa da parte di genitori ai quali rimane solo la protezione, quale sostituto dell'educazione all'autonomia. Non possiamo fare loro, però, una colpa, perché le origini di tale atteggiamento culturale italiano sono molto lontane. Come possiamo, in qualche modo e misura, aiutare i nostri giovani a vedere un futuro, seppure difficile ma comunque possibile, anche dal punto di vista lavorativo? Secondo un’ottica antropologico-mentale, possiamo rispondere aiutandoci a ridefinire il mondo che ci circonda utilizzando termini, sostantivi e parole positivi, fiduciosi e pro-attivi, ossia diretti alla realizzazione di azioni future. Può sembrare una ovvietà, ma in realtà il nostro cervello, quando funziona sotto forma di mente, utilizza sempre dei codici per pensare alla realtà, sia essa passata, presente e futura. Imparare a definire la realtà utilizzando termini che creano invece di distruggere, anche evidenziando la fatica che si compie nel fare tutto questo, significa abituare a poco a poco la mente a valorizzare quello che di buono ancora esiste nell'uomo, trascurando quello che invece mortifica la nostra stessa natura. In secondo luogo, possiamo ricordare a noi stessi la storia dell'umanità, di coloro che ci hanno preceduto e che hanno, in misura incalcolabile, attraversato periodi così difficili da non poter minimamente sperare, all'epoca, di venirne fuori. Abbiamo davvero pensato a come potevano sentirsi tutti quegli individui confinati nei campi di sterminio nazisti e nei Gulag? Sono, peraltro, situazioni ancora esistenti, con nomi e forme apparentemente diversi, in molte parti del mondo. Voglio dire che, aiutandoci con le parole, grazie alle quali possiamo immaginare un futuro, e ricordando che la vita vince sempre sulla morte, rimembrando il passato, possiamo aiutare noi stessi e i  nostri figli a vivere questa disoccupazione con forza, tenacia e speranza. E vi scrive una persona che è uno "stabile precario" universitario, ossia un individuo che ha trovato nelle altre persone e nella fatica-sofferenza dell'esistere, il motivo per cui vale sempre la pena di non arrendersi. Sono sicuro che questo periodo terminerà, come termineranno le impudicizie di qualche nostro politico, se impareremo, anche con le parole, a discernere attentamente la luce dal buio. E si tratta di una capacità che abbiamo fisiologicamente in noi, indipendentemente da quello che ci circonda. La prima luce che illumina la realtà sono i nostri occhi. (affariitaliani.it)


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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