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12 Luglio 2020

La fenomenologia dell'odio: Silvia Romano vittima due volte

di Arianna De Simone
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La fenomenologia dell'odio: Silvia Romano vittima due volte

La liberazione e il ritorno a casa della volontaria milanese doveva essere una festa per tutti, non l’occasione per sfogare frustrazioni da psicolabili: questo il triste quadro antropologico di una parte del Paese che ha ormai definitivamente perduto la ‘bussola’ della decenza

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo e che non possegga né profondità, né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato, perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.
Pronunciate per iscritto dalla filosofa Hannah Arendt, nella lettera datata 24 luglio 1963 indirizzata allo studioso Gershom Scholem, ancora nel 2020 queste parole colpiscono per acutezza e profonda attualità. Quanto sta accadendo nel nostro Paese, infatti, mostra chiaramente come la 'banalità del male' sia sempre in agguato, pronta a fagocitare e catalizzare sentimenti negativi come il malessere e la paura. Come spiegare, altrimenti, la violenta e scioccante onda d’odio abbattutasi negli ultimi giorni su Silvia Romano, appena sopravvissuta a una terribile esperienza e ora assurdamente vittima di illazioni, offese e calunnie? Rapita a Chakama, in Kenya, il 20 novembre 2018, durante una missione umanitaria organizzata dalla Onlus ‘Africa Milele’, la giovane cooperante internazionale è stata liberata in Somalia nella notte tra l’8 e il 9 maggio scorsi, dopo una prigionia di 536 giorni, impostale dai jihadisti di Al-Shabaab, gruppo terroristico islamico affiliato ad Al-Qaeda operante in Africa orientale. Rientrata in Italia l’11 maggio con un volo atterrato alle ore 14 nell’aeroporto militare romano di Ciampino, la giovane donna non ha fatto in tempo a mettere piede a terra che parte dell’opinione pubblica si è scagliata contro di lei, lanciandosi in un vergognoso linciaggio mediatico. La sua ‘colpa’? Aver scelto di tornare a casa e di scendere la scaletta di quell’aereo con indosso uno jilbaab, una tipologia d’abito musulmano in uso in alcuni ambienti dell’Africa orientale: “Non un abito religioso, un abito più da passeggio, che usano molto le tribù al confine tra Kenya e Somalia come gli Orma e i Bravani”, secondo il giornalista Freddie del Curatolo, direttore di malindikenya.net; secondo l’antropologa somala Maryan Ismail, una veste dalla forte connotazione fondamentalista, “che non ha nulla di somalo, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza” (qui di seguito, la sua lettera a Silvia: un esempio di esercizio della propria libertà d’opinione fatto con sensibilità e rispetto: https://www.facebook.com/maryan.ismail.524/posts/2169688693176585). L'aggravante? Sentita per quattro ore dal pm, Sergio Colaiocco, titolare dell’inchiesta per sequestro di persona a scopo di terrorismo, Silvia ha raccontato gli eventi di cui è stata vittima, specificando di aver “cambiato quattro covi”, di essere “sempre stata da sola”, sorvegliata da uomini “armati e a volto coperto”, ma anche di non aver subito violenze e di essersi lentamente convertita all’Islam in maniera “spontanea e non forzata”, chiedendo a metà della prigionia di leggere il Corano e ottenendone una versione con il testo a fronte in italiano. Ora, entrare nel suo privato e soprattutto nell’intimità del modo in cui è riuscita a fronteggiare la traumatica situazione nella quale per 18 mesi è stata costretta a vivere, a noi non interessa. In questa sede, non intendiamo speculare né sull’abito verde, né sulla conversione. Ciò che preme rilevare, che intristisce e che preoccupa a livello sociale, sSilvia_Romano_2.jpgono l’aggressività e la totale gratuità con cui molte persone hanno processato, giudicato e condannato senza appello Silvia Romano, inondandola di cattiverie e scempiaggini, associandola ignobilmente ai suoi sequestratori. Soprattutto, sconcerta e ferisce che tali forme d’odio abbiano sì trovato terreno fertile sui social, come sempre ‘arena’ privilegiata degli odiatori e dei cosiddetti ‘leoni da tastiera’, ma che siano state addirittura legittimate da certo giornalismo e da certi esponenti politici. I quali, anziché tutelare la vittima e garantirle una serena ripresa dopo il trauma subito, l’hanno resa vittima una seconda volta, gettandola in pasto all’esasperazione e al malcontento covati in questo periodo da molti, tramutandola in un 'capro-espiatorio'. Qualche esempio? “Islamica e felice, Silvia l’ingrata” s’intitola l’articolo, pubblicato su il Giornale.it alla data 11 maggio da Alessandro Sallusti, secondo il quale “quel velo esibito suona come un insulto alle libertà delle donne e dell’Occidente. È come se un internato in un campo di concentramento tedesco fosse tornato a casa, ricevuto con tutti gli onori dal suo presidente del Consiglio, indossando orgogliosamente la divisa dell’esercito nazista. Abbiamo quattro milioni in meno e, scommettiamo, un’eroina della sinistra in più”. Dello stesso tenore, il quotidiano ‘Libero’, che sempre l’11 maggio ha titolato: “Abbiamo liberato un’islamica”, appellandola “la giovane tenera con i terroristi di Allah”. A tuonare illazioni, sempre l’11 maggio, è stato poi Vittorio Sgarbi, parlamentare del gruppo Misto, che sulla propria pagina Facebook ha pubblicato un video in cui incolpa lo Stato di aver “trattato con i terroristi, trattato con l’equivalente della mafia” e di aver “riportato in Italia un’italiana che sta dalla parte loro”, giungendo a un pericoloso sillogismo secondo il quale, essendo i rapitori dei terroristi islamici ed essendosi Silvia convertita all’Islam, questo la renda inevitabilmente complice dei terroristi: “Abbiamo portato in Italia un nemico, abbiamo pagato quattro milioni per avere una ragazza col velo convertita all’Islam. Come c’è per molte persone arrestate il concorso esterno in associazione mafiosa, quello di Silvia è concorso esterno in terrorismo. Ha concorso con loro, dando ragione a loro e ha fatto sì che loro abbiano i soldi per combatterci”. Peccato che a questa strabiliante impalcatura demagogica manchino le fondamenta. E cioè, che la religione islamica, alla quale Silvia afferma di essersi avvicinata leggendo il Corano chiesto e concessole da carcerieri sempre armati e a volto coperto, non è affatto equivalente e accostabile al terrorismo islamico, così come non può esserlo al nazismo evocato da Sallusti.   
Costoro, forse hanno momentaneamente dimenticato quanto recita la Costituzione all’articolo 19: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. Potremmo ricordare questo passo della nostra Carta costituzionale anche al deputato della Lega Nord, Alessandro Pagano, il quale nella seduta in aula del 13 maggio scorso non ha esitato a diffamare la ventiquattrenne definendola “neo-terrorista”, nientemeno che alla Camera dei deputati. Che dire? Queste sono solo alcune delle oscenità partorite nell’ultima settimana da personaggi che rivestono ruoli decisamente incompatibili con tale condotta, ai limiti dell’inaccettabilità e, talvolta, dell’illegalità. Ci stupiamo, inoltre, delle calunnie e delle volgarità ‘vomitate’ dagli odiatori sui social? Un campionario assurdo e ripetitivo: dal classico e misogino "se l’è cercata", all’imbarazzante "si è fatta la vacanza, sorride e non porta i segni del trauma addosso", come se esistesse un galateo del ‘perfetto ostaggio’. Non manca nemmeno chi si avventura in fantasie pruriginose e in film d’invadenza ossessiva, incentrati su un presunto matrimonio o relazione, già peraltro smentiti da Silvia agli inquirenti. C’è poi chi si adira per la questione del riscatto – anche questo totalmente presunto, sconfessato perfino dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio – di 4 milioni di euro, a detta di molti haters "tolti a chi soffre". Non ha alcuna importanza se la notizia sia vera o meno. Tantomeno conta che Silvia poteva essere nostra figlia, nostra sorella, una nostra amica o una nostra compagna di liceo o di università. Siamo in difficoltà sociale ed economica a causa della pandemia? Sfoghiamoci sul caso di Silvia Romano, tanto siamo on line ed è tutto virtuale. Trattasi di un automatismo di stampo 'neopopulista': si è in crisi e serve un nemico. E se il nemico non c’è, lo si inventa. Un’occasione per dare barbaricamente voce alla propria disperazione e frustrazione va colta, il nemico va scovato: siamo noi contro di loro. Non manca all’appello neppure chi si è indignato col Governo e ha cercato un pretesto per attaccarlo politicamente, non facendosi scrupoli di strumentalizzare una giovane ragazza appena uscita da un incubo, del quale porterà sempre cicatrici invisibili. Ci sono, infine, i ‘tuttologi’: chi diventa, all’improvviso, uno 007, chi un economista, chi uno psicoterapeuta: al diavolo le competenze! E a coronamento di questo ignobile ‘carnevale’, una bottiglia lanciata alla finestra di chi sta pagando, ingiustamente e contro ogni senso logico, il prezzo della liberazione e della salvezza e che, ora, paradossalmente “rischia di aver bisogno di una scorta” (tweet del 12 maggio del ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio). Per la cronaca, la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per minacce aggravate, tanti sono stati gli insulti e i messaggi minatori ricevuti. Un crescendo di negatività e di odio; uno smarrimento del confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è; un’ambiguità di fondo tra libertà d’espressione e lesione delle libertà altrui, che spaventa e su cui tutti dovremmo riflettere. Non tanto chi avrebbe il dovere/straordinario potere di informare, diffondere e tutelare civiltà e cultura e decide consciamente di non farlo, quanto piuttosto chi, inconsciamente, si lascia prendere dallo sconforto, dalla preoccupazione e dall’incertezza, abbandonandosi alla rabbia, al turpiloquio e all’insensibilità. Odiatori, guardatevi dentro e ravvedetevi. E tu, Silvia, sii forte.
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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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