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26 Ottobre 2020

L’avarizia dei depressi

di Ilaria Cordì
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L’avarizia dei depressi

In questa lunga fase di crisi economica ristagnante, la sobrietà e la morigeratezza dei comportamenti microeconomici è divenuta un obbligo. Ma non si dovrebbe nemmeno esagerare. Anche perché è proprio l’eccesso di controllo delle spese personali a solleticare un consumismo puramente accessorio e voluttuario

In questa lunga fase di crisi economica ristagnante, la sobrietà e la morigeratezza dei comportamenti microeconomici è divenuta un obbligo. Ma non si dovrebbe nemmeno esagerare. Secondo un antico e un po’ stravagante ragionamento di Sigmund Freud, l’avarizia è un tipo di atteggiamento che può creare una serie di problemi sociali e, persino, qualche disturbo di salute. In sostanza, per il grande psicologo viennese esaltare una certa oculatezza economica, trasformandola addirittura in una filosofia di comportamento, era eccessivo. Anche perché è proprio l’eccesso di controllo delle spese personali a solleticare un consumismo puramente accessorio e voluttuario. Si risparmia, in realtà, al fine di difendere, mantenere e aumentare la propria potenzialità di consumo, che dunque rappresenta il vero impulso di tale condotta. Anche la saggezza popolare ci suggerisce di stare molto attenti all’avarizia. Un antico adagio valtellinese recita testualmente: “Il ‘taccagno’ è colui che chiude il rubinetto per gettare l’acqua nel burrone”. Si tratta di un proverbio che coglie una contraddizione ben precisa, in cui certi comportamenti personali si caratterizzano con la rinuncia a ogni piccola spesa per poi subire, viceversa, il fascino degli investimenti azzardati. Si denunciava, infatti, un vecchio vizio della nobiltà terriera settecentesca: gli aristocratici e i proprietari terrieri dell’epoca non amavano fare l’elemosina ai contadini che incontravano trai vicoli di paese, per il perverso gusto di dilapidare interi patrimoni al tavolo da gioco. Pertanto, la saggezza popolare ci dimostra come non sia affatto la Storia dei forti e dei vincitori a dettare le regole di comportamento più equilibrate, bensì quella delle persone più semplici e umili. Soffrire la crisi economica è razionalmente comprensibile. Ma essa non può diventare un alibi per forme di consumismo edonistiche e fuori luogo, che tradiscono un gretto materialismo, un’aridità morale prima ancora che pratica. Appare sempre più evidente come la recessione economica di questi anni sia soprattutto una crisi di investimenti: la nostra classe imprenditoriale si ritrova paralizzata e spaventata. E dissimula tale depressione con atteggiamenti socialmente pessimistici, assai poco lungimiranti. Ma tutto ciò denuncia una sostanziale mancanza di coraggio nel puntare, nei decenni passati, su sviluppo, ricerca e innovazione tecnologica. Elementi i quali avrebbero potuto generare nuove forme di risparmio. Nel processo economico più avanzato e trasparente è proprio l’investimento a generare nuovo risparmio, non il contrario. Il risparmio, preso come principale coordinata di principio, genera solamente isolamento e cattiva reputazione, soprattutto negli ambienti manageriali più seri. Perché “chi non rischia non vince mai”. E’ ancora la saggezza popolare a venire in nostro soccorso: quella della ‘smorfia’ napoletana e dei suoi irriducibili giocatori del Lotto.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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