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19 Aprile 2019

Il lato del terrorismo che non fa notizia sui giornali

di Karima Bennoune - tratto da www.ted.com, traduzione di Anna Cristiana Minoli
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Il lato del terrorismo che non fa notizia sui giornali

In tutti i Paesi in cui si sente parlare di jihad armata che mira ai civili, ci sono anche persone non armate che sfidano quei militanti di cui non sentite parlare e quelle persone hanno bisogno di supporto per avere successo. È questa la testimonianza che Karima Bennoune, professoressa di diritto internzionale all'Università della California, ha riportato in una conferenza al Ted lo scorso luglio. Attivista in difesa dei diritti umani, Karima ha intervistato oltre 300 persone, civili ed esponenti del mondo delle istituzioni. Testimonianze che sottolineano una verità poco conosciuta: i movimenti fondamentalisti musulmani minacciano, soprattutto, i diritti umani in contesti a maggioranza musulmana e lo fanno in molti modi. Esperienze che mostrano un volto della lotta al terrorismo islamico che i media e la politica si ostinano a ignorare e che le fanno chiedere: "Come mai tutti sanno chi era Osama bin Laden e così pochi sanno di tutti coloro che scendono in campo contro i Bin Laden del loro contesto”?

Posso proteggere mio padre dal Gruppo Islamico Armato con un coltellino da cucina? È la domanda che mi sono dovuta porre un martedì mattina del giugno 1993, quando ero studentessa di giurisprudenza. Quella mattina mi svegliai presto nell'appartamento di papà alla periferia di Algeri, in Algeria, per dei colpi inarrestabili alla porta. Era un periodo, come descritto dai giornali locali, in cui ogni martedì uno studioso cadeva sotto le pallottole degli assassini fondamentalisti. Le lezioni universitarie di mio padre su Darwin avevano già provocato una visita in classe da parte del capo del cosiddetto Fronte Islamico di Salvezza, che lo denunciò come sostenitore del biologismo prima che mio padre potesse mandarlo via. E ora chiunque fosse fuori non avrebbe mai identificato se stesso, né sarebbe andato via. Mio padre cercò di chiamare la polizia, ma forse terrorizzati dalle crescenti ondate di estremismo armato che aveva già portato via vite di così tanti ufficiali algerini, non risposero nemmeno. A quel punto andai in cucina, tirai fuori un coltellino e mi posizionai all'ingresso. Era una cosa ridicola da fare, davvero, ma non riuscivo a pensare a nient'altro, e quindi me ne stavo lì.
Ripensandoci ora, penso che quello fu il momento che mi portò a scrivere un libro intitolato "La tua Fatwa qui non ha valore: storie segrete della lotta contro il fondamentalismo islamico". Il titolo viene da un'opera pakistana. Credo che fu proprio quello il momento che mi portò a intervistare 300 persone di origini musulmane di quasi 30 Paesi, dall'Afghanistan al Mali, per scoprire come hanno lottato contro il fondamentalismo in modo pacifico e che, come mio padre e me hanno affrontato rischi.
Fortunatamente, nel giugno del 1993, il nostro visitatore sconosciuto se ne andò, ma altre famiglie furono meno fortunate e quello fu il pensiero che motivò la mia ricerca. In ogni caso, qualcuno tornò qualche mese dopo e lasciò un bigliettino sul tavolo della cucina di mio padre, che diceva semplicemente: "Considerati morto". Successivamente, i gruppi armati fondamentalisti algerini assassinarono qualcosa come 200 mila civili in quello che fu poi chiamato il decennio buio degli anni '90, compresa ogni singola donna che vedete qui. Con la sua dura reazione antiterroristica, lo Stato fece ricorso alla tortura e a scomparse forzate. E per quanto terribili diventassero questi eventi la comunità internazionale li ignorava. Alla fine, mio padre, professore figlio di un contadino algerino, fu costretto a smettere di insegnare all'università e ad abbandonare il suo appartamento. Ma quello che non dimenticherò mai di Mahfoud Bennoune, mio padre, è che, come molti intellettuali algerini, si rifiutò di lasciare il Paese e continuò a essere critico nei confronti sia dei fondamentalisti, sia del governo a cui si opponevano. Per esempio, in una serie del novembre 1994 nel quotidiano El Watan intitolato "Come il fondamentalismo genera terrorismo senza precedenti", denunciò quello che chiamava la rottura radicale del terrorismo con il vero Islam vissuto dai nostri antenati. Erano parole per cui si veniva uccisi.
Il Paese di mio padre mi insegnò, proprio nel decennio buio degli anni '90, che la lotta popolare contro il fondamentalismo musulmano è una delle più importanti e più trascurate tra quelle per i diritti umani nel mondo. Questo è vero ancora oggi, quasi 20 anni dopo. In tutti i Paesi in cui sentite parlare di jihad armata che mira ai civili, ci sono anche persone non armate che sfidano quei militanti di cui non sentite mai parlare. E quelle persone hanno bisogno di supporto per avere successo.
In occidente, viene spesso dato per scontato che i musulmani generalmente giustificano il terrorismo. Gente di destra lo pensa perché vede la cultura musulmana come naturalmente violenta. E quelli di sinistra lo immaginano perché vedono la violenza musulmana, la violenza fondamentalista, come puro frutto di legittime lamentele. Entrambi i punti di vista sono assolutamente sbagliati. La maggior parte di chi è di origine musulmana nel mondo è fermo oppositore sia del fondamentalismo, sia del terrorismo, spesso per ottimi motivi. È molto più probabile che siano vittime di questa violenza che non perpetratori. Faccio un esempio: secondo una ricerca del 2009 delle risorse mediatiche in lingua araba, tra il 2004 e il 2008 non più del 15 per cento delle vittime di Al Qaeda era occidentale. È un bilancio terribile: la grande maggioranza delle persone uccise dai fondamentalisti musulmani era musulmana.
Ho parlato del fondamentalismo: avete il diritto di sapere esattamente cosa intendo. Cito la definizione data dalla sociologa algerina Merieme Helie Lucas, che definisce i fondamentalismi - notate il plurale - di tutte le grandi tradizioni religiose del mondo "sono movimenti politici di estrema destra che in un contesto di globalizzazione manipolano la religione per raggiungere i loro obiettivi politici". Saddi Abbas l'ha chiamata: "Politicizzazione radicale della teologia". Voglio evitare di proiettare il concetto secondo il quale esisterebbe una sorta di 'monolito' chiamato fondamentalismo musulmano, uguale dappertutto, perché questi movimenti hanno le loro peculiarità. Alcuni usano e giustificano la violenza. Altri no, anche se sono spesso interconnessi. Hanno forme diverse. Alcune sono organizzazioni non governative, ce ne sono anche in Gran Bretagna, per esempio i Cageprisoners. Alcuni possono diventare dei Partiti politici, come i Fratelli Musulmani. E alcuni sono gruppi apertamente armati, come i Talebani. Ad ogni modo, sono tutti progetti radicali. Non hanno un approccio conservativo o tradizionale. Puntano spesso a cambiare la relazione delle persone con l'Islam, piuttosto che a preservarla. Sto parlando dell'estrema destra musulmana. E il fatto che i suoi sostenitori sono o si ritengono Musulmani non li rende meno offensivi di qualunque altra estrema destra. Dal mio punto di vista, se ci consideriamo liberali o di sinistra, sostenitori dei diritti umani o femministe, dobbiamo opporci a questi movimenti e sostenere i loro oppositori. Voglio essere chiara sul fatto che sostengo la lotta efficace contro il fondamentalismo, ma anche una lotta che deve rispettare le leggi internazionali. Dunque, niente di quello che dico dovrebbe giustificare il rifiuto della democratizzazione. E qui lancio un appello a sostenere il movimento a favore della democrazia in Algeria, Barakat. E niente di quello che dico deve giustificare la violazione dei diritti umani, come le sentenze di morte di massa decretate in Egitto questa settimana. Quello che dico è che dobbiamo sfidare questi movimenti fondamentalisti musulmani perché minacciano i diritti umani in contesti a maggioranza musulmana, e lo fanno in molti modi, in modo più evidente con attacchi diretti a civili da parte di gruppi armati. Ma quella violenza è sola la punta dell'iceberg. Questi movimenti alimentano la discriminazione contro minoranze religiose e minoranze sessuali. Cercano di limitare la libertà di religione di chiunque la pratichi in modo diverso o scelga di non essere praticante. Ma soprattutto, fanno guerra aperta ai diritti delle donne.
Di fronte a questi movimenti negli ultimi anni, il discorso occidentale ha perlopiù offerto due reazioni errate. La prima, spesso appartenente alla destra, suggerisce che la maggior parte dei Musulmani sono fondamentalisti o che qualcosa dell'Islam è intrinsecamente fondamentalista, e questo è offensivo e sbagliato, ma sfortunatamente a sinistra ci si imbatte in discorsi troppo politicamente corretti per ammettere il problema del fondamentalismo islamico o, anche peggio, scusarsene, e questo è altrettanto inaccettabile. Quello che sto cercando è un nuovo modo di parlarne tutti insieme, che si fondi sulle esperienze vissute e la speranza delle persone in prima linea. Sono dolorosamente cosciente del fatto che la discriminazione contro i Musulmani sia in aumento negli ultimi anni in paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, e anche questo è fonte di grave preoccupazione, ma sono convinta che raccontare storie contrarie agli stereotipi di persone di tradizione musulmana che hanno affrontato i fondamentalisti e sono state le prime vittime è anch'esso un modo di rispondere alla discriminazione. Ora vi presento quattro persone di cui ho avuto il grande onore di raccontare la storia.
Faizan Peerzada e il workshop del Teatro Rafi Peer intestato a suo padre per anni ha promosso le arti dello spettacolo in Pakistan. Con l'aumento della violenza jihadista, cominciarono a ricevere minacce per far cancellare gli eventi, a cui rifiutarono di dare ascolto. Un attentatore colpì nel 2008 l'ottavo festival artistico mondiale di Lahore generando una pioggia di vetri che caddero sulla sede ferendo nove persone. Più tardi quella sera, i Peerzada presero una decisione molto difficile: annunciarono che il loro festival sarebbe andato avanti come da programma il giorno successivo. Come disse Faizan all'epoca, se ci pieghiamo di fronte agli Islamici, verremo relegati in un angolo. Ma non sapevano cosa sarebbe successo. Sarebbe venuto qualcuno? Il giorno successivo si presentarono migliaia di persone per sostenere le arti dello spettacolo di Lahore, e questo emozionò e terrorizzò Faizan contemporaneamente. Corse da una donna che era venuta con i suoi due figli piccoli, e disse, "Sa che ieri qui c'era una bomba, e sa che c'è una minaccia in corso oggi." E disse, "Lo so, ma sono venuta al festival con mia madre quando avevo la loro età, e ho ancora quelle immagini in mente. Dobbiamo esserci." Con un pubblico così fedele, i Peerzada sono stati in grado di concludere il festival come da programma.
L'anno successivo, persero tutti gli sponsor per motivi di sicurezza. Quando lo incontrai nel 2010, erano nel mezzo del primo evento successivo che furono in grado di organizzare nella stessa sede, ed era il nono festival artistico giovanile a Lahore da un anno quando la città aveva già subito 44 attacchi terroristici. Era il periodo in cui i Talebani pakistani avevano cominciato a puntare sistematicamente alle scuole femminili che sarebbe culminato nell'attacco a Malala Yousafzai. Cosa hanno fatto i Peerzada in quell'ambiente? Hanno messo in scena le ragazze di quelle scuole. Ho avuto l'onore di vedere "Naang Wal", un musical in lingua Punjabi, e le ragazze della scuola di Lahore hanno interpretato tutte le parti. Cantavano e ballavano, interpretavano il topo e il bufalo d'acqua, ho trattenuto il respiro, chiedendomi se saremmo arrivati alla fine di questo spettacolo meraviglioso. E alla fine, tutto il pubblico ha tirato un sospiro di sollievo, qualcuno ha pianto, e poi ha riempito l'auditorium con un roboante e pacifico applauso. Ricordo di aver pensato in quel momento che gli attentatori avevano fatto i titoli dei giornali due anni prima ma quella notte e quelle persone sono una storia altrettanto importante.
Maria Bashir è la prima e unica donna procuratore capo in Afghanistan. Ha l'incarico dal 2008 e ha aperto un ufficio per indagare su casi di violenza contro le donne, che dice essere la parte più importante del suo mandato. Quando la incontro nel suo ufficio a Herat, entra circondata da quattro armadi con quattro enormi pistole. Ora ha 23 guardie del corpo, perché ha già subito attacchi dinamitardi che hanno quasi ucciso i suoi figli, e portato via la gamba di una delle sue guardie.
Perché continua? Dice con un sorriso che è la domanda che tutti pongono -- e dice, "Perché rischiare di non vivere?" Per lei è semplicemente questo, un futuro migliore per tutte le Maria Bashir del futuro vale la pena, e sa che se alla gente piace che non prenda rischi, non ci sarà nessun futuro migliore. Successivamente nella nostra intervista, il procuratore Bashir mi racconta di quanto sia preoccupata dei possibili esiti delle negoziazioni del governo con i Talebani, la gente che ha cercato di ucciderla. "Se diamo loro un posto nel governo," chiede, "Chi proteggerà i diritti delle donne?" E spinge affinché la comunità internazionale non dimentichi la sua promessa sulle donne perché ora vogliono la pace con i Talebani. Qualche settimana dopo aver lasciato l'Afghanistan, leggo un titolo su Internet. Un procuratore afgano è stato assassinato. Cerco disperatamente su Google, e per fortuna quel giorno scopro che Maria non era la vittima, anche se purtroppo, un altro procuratore afgano era stato ucciso sulla strada per il lavoro. Ora quando leggo titoli come questi, penso che mentre le truppe internazionali lasciano l'Afghanistan quest'anno e quelli successivi, dobbiamo continuare a preoccuparci di quello che accade alla gente laggiù, a tutte le Maria Bashir. Talvolta sento ancora la sua voce nella mia testa che dice, senza nessun tipo di arroganza, "La situazione delle donne in Afghanistan un giorno migliorerà. Dobbiamo preparare il terreno, anche a costo di essere uccisi."
Non ci sono parole per denunciare i terroristi al Shabaab che hanno attaccato il centro commerciale Westgate a Nairobi il giorno di una gara di cucina per bambini nel settembre del 2013. Hanno ucciso 67 persone, compresi poeti e donne incinte. Lontano nel Midwest americano, ho avuto la fortuna di incontrare dei somalo-americani che lavoravano per contrastare gli sforzi di al Shabaab nel reclutare un piccolo gruppo di giovani della città di Minneapolis per partecipare ad atrocità come quella del Westgate. Il diligente nipote di Abdirak Bihi, Burhan Hassan, di diciassette anni, fu reclutato qui nel 2008, trasportato in Somalia, e poi ucciso mentre tentava di tornare a casa. Da quel giorno, il Sig. Bihi, che dirige il centro somalo senza budget per l'istruzione e la difesa, ha denunciato verbalmente il reclutamento e i fallimenti del governo e di organizzazioni somalo-americane come il Centro Islamico Abubakar As-Saddique dove crede suo nipote sia stato estremizzato durante un programma per i giovani. Ma non critica solo la moschea. Si oppone anche al governo per aver fallito nel cercare di fare di più per prevenire la povertà nella sua comunità. Considerata la sua mancanza di risorse, il Sig. Bihi ha dovuto essere creativo. Per contrastare gli sforzi di al Shabaab nell'influenzare giovani delusi, nella scia degli attacchi del gruppo del 2010 sugli spettatori della Coppa del Mondo in Uganda, come risposta organizzò un torneo di basket del Ramadan a Minneapolis. I ragazzi somalo-americani segnarono a favore dello sport nonostante la fatwa fosse contro. Giocarono a basket come non avrebbe mai più fatto Burhan Hassan. Per i suoi sforzi, il Sig. Bihi fu escluso dalla leadership del Centro Islamico di Abubakar As-Saddique con cui aveva buone relazioni. Mi disse, "Una volta abbiamo visto l'imam in TV che ci chiamava infedeli e diceva, 'Queste famiglie stanno cercando di distruggere la moschea.'" È assolutamente in contraddizione con il modo in cui Abdirizak Bihi intepreta quello che sta facendo svelando il reclutamento di al Shabaab, ossia salvando la religione che ama da un ristretto numero di estremisti.
Voglio raccontarvi un'ultima storia, quella di una studentessa di giurisprudenza di 22 anni in Algeria di nome Amel Zenoune-Zouani che aveva lo stesso sogno di una carriera legale che avevo io negli anni '90. Si rifiutò di abbandonare gli studi nonostante i fondamentalisti in lotta contro lo stato algerino all'epoca minacciassero tutti coloro che continuavano gli studi. Il 26 gennaio 1997, Amel salì sull'autobus ad Algeri dove studiava per andare a casa per il Ramadan con la sua famiglia, e non completò mai i suoi studi. Quando l'autobus raggiunse la periferia della sua città, venne fermato a un posto di blocco controllato da uomini del Gruppo Islamico Armato. Con lo zaino in spalla, Amel fu fatta scendere dall'autobus e uccisa in strada. Gli uomini che le tagliarono la gola dissero a tutti gli altri, "Se andate all'università, verrà il giorno in cui vi uccideremo tutti in questo modo."
Amel è morta esattamente alle 17.17, cosa che sappiamo perché quando cadde in strada, le si ruppe l'orologio. Sua madre mi mostrò l'orologio con la seconda mano ancora rivolta ottimisticamente verso l'alto verso le 17.18 che non sarebbero mai arrivate. Poco prima di morire, Amel disse a sua madre di se stessa e delle sue sorelle, "Non ci accadrà nulla, Inshallah, se Dio vuole, ma se succede qualcosa, dovete sapere che siamo morti per la conoscenza. Tu e papà dovete tenere la testa alta."
La perdita di una tale giovane donna è incomprensibile, così feci le mie ricerche e mi ritrovai a cercare di nuovo la speranza di Amel e il suo nome significa addirittura "speranza" in Arabo. Credo di averla trovata in due posti. La prima nella forza della sua famiglia e di tutte le altre famiglie che continuano a raccontare le loro storie e andare avanti nonostante il terrorismo. La sorella di Amel, Lamia ha superato il suo dolore, ha frequentato giurisprudenza, e oggi è avvocato ad Algeri, una cosa possibile solo perché i fondamentalisti armati sono stati ampiamente sconfitti nel paese. Il secondo posto in cui ho trovato la speranza di Amel è stato ovunque donne e uomini continuano a sfidare i jihadisti. Dobbiamo sostenere tutti loro in onore di Amel che continuano questa lotta per i diritti umani, come la rete di donne che vivono sotto la legge islamica. Non è sufficiente, come mi ha detto la sostenitrice dei diritti delle vittime Cherifa Kheddar, non è sufficiente combattere il terrorismo. Dobbiamo anche sfidare il fondamentalismo, perché il fondamentalismo è l'ideologia che sta alla base del terrorismo.
Come mai le donne come lei, come tutte loro non sono conosciute? Come mai tutti sanno chi era Osama bin Laden e così pochi sanno di tutti coloro che scendono in campo contro i Bin Laden nel loro contesto. Dobbiamo cambiare tutto questo, quindi vi chiedo per favore di aiutare a condividere queste storie attraverso le vostre conoscenze. Guardate di nuovo l'orologio di Amel Zenoune, fermo per sempre, e ora per favore guardate il vostro orologio e decidete che questo è il momento di impegnarvi a sostenere gente come Amel. Non abbiamo il diritto di rimanere in silenzio perché è più facile o perché la polizia occidentale è anche lei in difetto, perché le 17.17 arrivano ancora a troppe Amel Zenoune in posti come il Nord della Nigeria, in cui la jihad uccide ancora gli studenti. Il momento di schierarsi per sostenere tutti coloro che pacificamente sfidano il fondamentalismo e il terrorismo nelle loro comunità è adesso. (Tratto da www.ted.com)

Potete vedere il filmato in lingua originale (con i sottotitoli in lingua italiana) qui

COS'È TED
È un'organizzazione no-profit dedicata alla diffusione di idee, di solito sotto forma di brevi, potenti discorsi (18 minuti o meno). Un progetto avviato nel 1984 come una conferenza in cui convergevano Technology, Entertainment and Design, ed oggi copre quasi tutti gli argomenti - dalla scienza alla business per questioni globali - in più di 100 lingue. Una comunità globale che accoglie persone di ogni disciplina e di cultura che cercano una più profonda comprensione del mondo.
Tutto il materiale video e le relative traduzioni sono pubblicate sul sito www.ted.com

Karima Bennoune
Figlia di Mahfoud Bennoune, un professore franco all'Università di Algeri che ha affrontato minacce di morte durante il 1990 ma che continuò a parlare contro il fondamentalismo e il terrorismo, Karima ha pubblicato un libro frutto degli incontri con persone che, come suo padre ha fatto in passato, si oppongono alla cultura fondamentalista.  Si è laureata in diritto del Medio Oriente e del Nord Africa studi presso l'Università del Michigan, guadagnando un JD cum laude dalla scuola di diritto e un MA dalla Rackham Graduate School, così come un certificato di Laurea in Studi delle donne.
Nel 1995, è stata delegata del Global Leadership al Forum delle ONG in occasione della quarta Conferenza mondiale sulle donne di Pechino dove ha fornito consulenza legale al Tribunale per la Responsabilità globale per le violazioni di diritti umani delle donne. Dal 1995 al 1999 è stata consulente legale di Amnesty International a Londra. Professoressa di diritto internazionale e dei diritti umani, Karima Bennoune ha incluso nell'ambito della sua facoltà di Legge corsi  sulla protezione internazionale dei diritti umani, il terrorismo e il diritto internazionale, diritti umani delle donne e, nel 2012, sulla primavera araba. È stata anche docente in visita presso l'Università del Michigan Law School, dove ha vinto il L. Hart Wright Award per l'eccellenza nell'insegnamento.
Le sue pubblicazioni sono apparse in numerose riviste accademiche, tra cui l'American Journal of International Law, la Berkeley Journal of International Law, la Columbia Journal of Law transnazionale, l'European Journal of International Law, e il Michigan Journal of International Law. Sono stati ampiamente citato, anche su Slate, la rivista The Nation, il Dallas Morning News, e il Christian Science Monitor, nonché dal relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla protezione dei diritti umani nella lotta al terrorismo. Ha tenuto conferenze in tutto il mondo.
Nel 2007, è stata il primo arabo-americano a ricevere il Premio Campana Derrick dalla Association of American Law sezione Scuole on Minoranza. Ha servito come membro del Consiglio Direttivo della Società Americana di Diritto Internazionale e nel consiglio di amministrazione di Amnesty International USA. Attualmente, fa parte del Consiglio della Rete delle condizioni di vita delle donne musulmane sotto Leggi.
Karima Bennoune è stato anche consulente per questioni relative ai diritti umani per il Consiglio internazionale sulla politica dei diritti umani, la Fondazione Soros, la Coalizione Stop all'uso dei bambini soldato, e per la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO). Le sue missioni sul campo per i diritti umani hanno incluso l'Afghanistan, Bangladesh, Fiji, Libano, Pakistan, Corea del Sud, Thailandia meridionale, e la Tunisia. Nel 2009-2010 è stata inclusa nel gruppo di esperti internazionali riuniti per l'Università di Leiden, con il patrocinio del Ministero degli Esteri olandese, per sviluppare una nuova serie di raccomandazioni politiche sulla lotta al terrorismo e il diritto internazionale.
Ha viaggiato in Algeria nel febbraio 2011 per servire come osservatore alle proteste pro-democrazia con il sostegno del Fondo di azione urgente per diritti umani delle donne, a scrivere una serie di articoli su questi eventi per il Guardian. Nel mese di ottobre 2011, si è offerta volontariamente come osservatore elettorale durante le elezioni dell'assemblea costituente tunisina con le preoccupazioni di genere internazionale. Ha pubblicato ampiamente compresa con il Guardian, Comment è libero, il sito di Al Jazeera English, The Nation, e molti altri. Più di recente, la sua scrittura su North and West Africa è apparso nel San Francisco Chronicle e The New York Times, e sul sito Open Democracy


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