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22 Ottobre 2017

Immigrazione: le 10 questioni che dobbiamo conoscere per affrontare la disperazione del mondo

di Serena Di Giovanni - sdigiovanni@periodicoitalianomagazine.it
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Immigrazione: le 10 questioni che dobbiamo conoscere per affrontare la disperazione del mondo

C’è chi li ritiene una minaccia, come Matteo Salvini, e chi una risorsa, come il presidente dell’Inps, Tito Boeri: ma quanti sono gli immigrati presenti in Italia? E qual è la loro condizione lavorativa? Qui di seguito, un decalogo che riassume i punti nodali della ‘questione migranti’ di cui si sta discorrendo in queste ultime settimane, tra falsi miti e nuove verità

Qualche settimana fa, il segretario nazionale del Pd, Matteo Renzi, si è fatto scappare un discutibile ‘tweet’ sulla delicata questione del fenomeno migratorio in Italia: “Aiutiamo i migranti in casa loro”, ha 'cinguettato' l’ex premier, il quale ha poi prontamente rimosso la frase dal suo account ufficiale. Lasciando da parte il commento, che così come è formulato risulta abbastanza ‘infelice’, siamo in molti, in Italia, a chiederci se e come sia possibile gestire al meglio il fenomeno migratorio e la conseguente integrazione degli stranieri che decidono di risiedere stabilmente nel nostro Paese. Diverse sono le reazioni degli italiani rispetto alla ‘questione immigrazione’: dagli ‘xenofobi convinti’ che, sulla scorta degli slogan politici di alcuni esponenti della destra italiana, come Matteo Salvini, temono fortemente l’arrivo dei migranti, fino ai più grandi ‘sostenitori’ della forza lavoro degli stranieri, tra cui il presidente dell’istituto di previdenza sociale (Inps), Tito Boeri. Secondo quest’ultimo, gli immigrati ci ‘regalerebbero’ ben 300 milioni di contributi ogni anno. Una visione che trova riscontro in uno studio del Censis del 2016, secondo il quale, senza la presenza degli immigrati, l'Italia si trasformerebbe in un Paese più 'piccolo', con molti anziani, pochi giovani e meno posti di lavoro. Ma è davvero così? Per fare chiarezza, partiamo da alcuni punti controversi e dibattuti.

1) Da dove vengono? Secondo l’Istat, in Italia vi sono circa 200 nazionalità diverse: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni). La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella rumena (23,2%), seguita da quella albanese (8,9%). Un’altra parte importante è costituita proprio dalle popolazioni provenienti dagli Stati africani, rappresentati per un ulteriore 20,7%: prevalentemente cittadini di Paesi dell’Africa settentrionale (12,9%) e occidentale (6,6%), particolarmente del Marocco e dell’Egitto. Più o meno la stessa quota sul totale (20,2%) spetta ai cittadini dei Paesi asiatici, tra cui molti cinesi. In aumento, quest’anno, anche i cittadini di diversi Paesi africani, principalmente la Nigeria (+14,6%, 88.533) e il Senegal (+3,1%, 101.207). Incrementi elevati si registrano anche per le nazionalità africane meno rappresentate, in particolare quelle del Gambia (+71,9%, 13.780) e del Mali (+42,4%, 14.768). Si tratta, prevalentemente, di profughi provenienti via mare e richiedenti protezione umanitaria.

2) Quanti sono? Gli stranieri residenti in Italia di cui abbiamo traccia sono di meno degli italiani all’estero e rappresentano circa l’8% della popolazione totale. Secondo l’Istat, gli stranieri residenti al 1° gennaio 2017 sono 5 milioni 29 mila (8,3% della popolazione totale), in lievissimo aumento rispetto all’anno precedente. Questo dato, però, dev’essere incrociato con la crescita delle acquisizioni di cittadinanza: nel 2016, i nuovi italiani sono diventati più di 200 mila. Poi ci sarebbe un dato negativo: la cancellazione per altri motivi (prevalentemente di irreperibilità) di 122 mila individui, ossia di soggetti di cui è ragionevole ritenere l’emigrazione dall’Italia in anni precedenti, senza che questi ne abbiano fatta dichiarazione alle anagrafi di appartenenza. Un dato che la dice lunga sul problema della regolamentazione dei flussi migratori e sull’incompletezza dei dati e delle statistiche in nostro possesso. La Fondazione Ismu, nel suo ‘Ventiduesimo Rapporto sulle migrazioni 2016 ’, stima che la popolazione straniera in Italia abbia raggiunto i 5,9 milioni di persone (regolari e non), con un aumento di 52 mila unità (+0,9%) rispetto all’anno precedente (2015). Se andiamo a considerare i cittadini che hanno ottenuto la cittadinanza, il numero varia ulteriormente, con un aumento complessivo del 3,9%. Secondo lo studio, la presenza degli irregolari è in crescita, anche se non di molto. Del resto, i dati delle ispezioni di vigilanza Inps, nel periodo 2013-2015, riportati qualche giorno fa proprio dal presidente dell’istituto, Tito Boeri, in un’audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza, ci dicono che un lavoratore in ‘nero’ su tre è un ‘irregolare’.

3) Qual è la loro condizione lavorativa? L’ultima analisi della Fondazione Migrantes e della Caritas italiana (2015) ci informa che, in Italia, i lavoratori stranieri ‘poveri’ sarebbero il 41,7% del totale degli occupati stranieri, una percentuale che per i loro omologhi italiani scende al 14,9%, senza considerare la condizione lavorativa delle donne non italiane, ancora peggiore dei loro connazionali di sesso maschile. Anche secondo il report della Fondazione Ismu, gli immigrati hanno un rischio di diventare poveri almeno doppio rispetto agli italiani. Nell’elenco delle 20 qualifiche che coprono quasi l’80% dei nuovi avviamentiAfrica.jpg (sempre della Fondazione Ismu), non troviamo nessuna professione qualificata. Ai primi posti troviamo, nell’ordine: i braccianti agricoli; gli addetti all’assistenza personale (oltre 161 mila avviamenti); i collaboratori domestici (oltre 138 mila); i camerieri e assimilati (oltre 128 mila).

4) Sono un sostegno per l’economia italiana? Stando alle statistiche, sembrerebbe proprio di sì. In base al rapporto annuale della Ismu, gli stranieri concorrono per l’8,7% alla produzione del Pil, hanno innalzato di quasi 4 punti percentuali la crescita cumulata negli anni di espansione che hanno preceduto la crisi e, durante quest’ultima, ne hanno limitato la decrescita di 3 punti. Tuttavia, soprattutto per la manodopera meno qualificata, l’immigrazione può costituire una presenza non solo complementare, ma anche concorrenziale, se non adeguatamente gestita.

5) Attualmente, sono considerati una reale risorsa per il nostro Paese? Sembrerebbe di no: benché le statistiche confermino l’importanza dell’apporto degli stranieri per la crescita economica e culturale del nostro Paese, la maggior parte degli immigrati vive ancora in condizioni non ottimali. Gli stranieri, secondo l’Istat e l’Ismu, hanno un’istruzione minore rispetto agli italiani, svolgono lavori per lo più non qualificati, mal retribuiti o non in regola. La dispersione scolastica degli studenti stranieri in Italia è ancora troppo alta, così come l’abbandono dei percorsi scolastico-formativi costituisce un problema particolarmente grave.

6) Esiste un’emergenza immigrazione? Probabilmente sì, ma riguarda più la gestione dell’accoglienza che non il fenomeno migratorio in sé. In particolare, secondo Claudia Fiaschi, portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, ente che rappresenta più di 80 organizzazioni nazionali di secondo e terzo livello, “il problema è che non si sta facendo abbastanza per gestire l’accoglienza a livello nazionale ed europeo e affrontare alla radice la questione delle migrazioni. E’ questo che crea l’emergenza. Noi condividiamo cin il Governo”, spiega la Fiaschi, “che non può essere solo il nostro Paese a farsi carico del soccorso in mare e dell’accoglienza successiva, ma allo stesso tempo siamo convinti che la soluzione non possa essere un’ulteriore chiusura a quanti cercano una vita dignitosa attraversando il Mediterraneo. Le migrazioni, d’altra parte, possono rappresentare, per l’Italia e per l’Europa, un fenomeno ricco di opportunità, sia in termini di sviluppo socio-culturale, sia di crescita economica”. 

7) Come stiamo gestendo il fenomeno migratorio? A guardare i fatti e a sentire gli esperti, non troppo bene, al momento. L’Italia è ancora ‘divisa’ tra chi vorrebbe controllare e gestire il fenomeno migratorio facendo semplicemente finta che esso non esista e chi vorrebbe impedire ‘fisicamente’ gli sbarchi. Nessuna delle due opzioni appare, tuttavia, convincente. “Di chiusura dei porti, fortunatamente, per il momento non se ne parla più”, riferisce ancora Claudia Fiaschi, “ma quanto emerso dal vertice informale Ue di Tallinn il 6 luglio scorso rimane inaccettabile: i ministri degli Interni hanno accolto il progetto di limitare gli interventi di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo proponendo un codice di condotta per le Ong, senza mostrare alcuna reale intenzione di consultarle”. Queste ‘lacune gestionali’ sono confermate dalla decisione di rimandare ‘a data da destinarsi’ l’importante dibattito sul riconoscimento del diritto di cittadinanza dei bambini stranieri che nascono nel nostro Paese (Ius soli), un dibattito che diviene fondamentale per una corretta politica volta all’integrazione di chi decide di vivere qui da noi.

8) Proposte concrete per una corretta gestione dell’accoglienza: ne abbiamo? Pare di sì. Sul tema, poche settimane fa, diverse reti e organizzazioni della società civile, tra cui enti aderenti al Forum Terzo Settore che lavorano nella cooperazione internazionale, hanno diffuso una ‘road map’ per le politiche migratorie Ue. Si tratta di 13 punti che si vorrebbe fossero attuati per una nuova ed efficace ‘Agenda europea’. Sempre Claudia Fiaschi, in proposito, ci ha spiegato che “le posizioni sono ampiamente condivisibili: si chiede all’Italia e all’Unione europea di portare avanti un tipo di cooperazione con i Paesi da cui hanno origine i flussi migratori che punti realmente allo sviluppo umano sostenibile e che non sia condizionata alla gestione del fenomeno in un’ottica securitaria, che potrebbe avere effetti solo nel breve periodo”. Un altro aspetto fondamentale è quello dei canali di passaggio sicuri e regolari: “Solo garantendoli ed espandendoli”, conclude la Fiaschi, “si riuscirà ad attuare una gestione responsabile e umana delle migrazioni. Questo tipo di approccio riduce la necessità dei migranti di tentare ingressi spontanei, spesso molto pericolosi. E consentirebbe agli Stati ospitanti una maggiore capacità di controllo”.

9) Distinzione tra ‘rifugiati’ e ‘migranti economici’: è possibile fare delle stime? Molto difficile, in verità, sebbene al riguardo il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, abbia dichiarato pochi giorni fa che circa l’85% dei migranti che arriva in Italia è costituito da migranti ‘economici’. Queste definizioni assumono un senso importante nel diritto internazionale, soprattutto per quanto concerne l’accoglienza. Ma, nella realtà, è davvero difficile discernere un ‘rifugiato’ da un ‘migrante economico’, anche perché, nel concreto, nei processi migratori non vi è mai un solo fattore che porta a emigrare. Sempre secondo Claudia Fiaschi, portavoce Forum nazionale Terzo Settore, “tra i cosiddetti migranti ‘economici’ vengono fatti rientrare anche quelli che si spostano per i disastri ambientali. Si prenda il caso della siccità che sta colpendo il Corno d’Africa e i Paesi Subsahariani da circa sei mesi: è un fenomeno che provoca fame e malnutrizione e che riguarda ben 20 milioni di persone. Secondo le Nazioni Unite, in quei territori si sta verificando la più grave crisi alimentare dal 1945”. È dello stesso parere Otto Bitjoka, imprenditore di origini camerunesi, consulente per importanti aziende italiane e istituzioni governative africane, secondo il quale “simili distinzioni non hanno ragione di esistere, perché molteplici sono i fattori che influiscono sul fenomeno migratorio”.

10) Ong sì, Ong no? Stiamo parlando di organizzazioni non governative senza fini di lucro, impegnate in una vasta gamma di attività che assumono forme differenti nelle diverse parti del mondo. Data la loro natura ‘variegata’, è difficile poter generalizzare e dire se il loro apporto sia in toto positivo o negativo. Fanno parte delle Ong organizzazioni come ‘Medici senza frontiere’, che si occupa di soccorrere i migranti e di fornire assistenza medica d’emergenza alle popolazioni colpite da guerre, epidemie, malnutrizione o catastrofi naturali. Di recente, dal ministero degli Interni è stato proposto un codice di condotta da seguire, a oggi accolto solo da 2 delle 8 organizzazioni umanitarie presenti nel Mediterraneo centrale, ‘Moas’ e ‘Save the children’, mentre la spagnola ‘Proactiva Open Arms’ sarebbe in procinto di sottoscrivere l’accordo. Recentemente, in una lettera al ministro degli Interni, Marco Minniti e al ministro degli Affari esteri, Angelino Alfano, i portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, Aoi, Concord Italia, Cini e Link 2007 hanno rinnovato la richiesta di un incontro e si propone l’istituzione di un ‘Tavolo di lavoro e coordinamento’ per migliorare la gestione del fenomeno migratorio, per evitare il rischio che la mancata condivisione di responsabilità degli altri Stati europei sul tema dei migranti e le distinte posizioni politiche ‘interne’ facciano delle Ong e delle altre organizzazioni un ‘capro espiatorio’, denigrandone l’operato e danneggiandone in modo grave la reputazione presso l’opinione pubblica.

Conclusioni
Sulle tematiche dello sfruttamento economico del continente africano e dell'assistenzialismo ha parlato, di recente, anche l’imprenditore Otto Bitjoka, ex vicepresidente di ‘Extrabanca’ e fondatore di ‘Ethnoland’, fondazione nata con lo scopo di promuovere progetti di sviluppo e co-sviluppo in Italia e nei Paesi di provenienza degli immigrati. Bitjoka proprio qualche giorno fa, in un video su Facebook, ha sottolineato la necessità di un’inversione di rotta nei rapporti tra Europa e Africa e di uno ‘stop immediato’ all’atteggiamento ipocrita e ‘finto paternalista’ occidentale. Colpendo duramente le Ong – additate nel video come ‘parassiti’ da rimuovere – l’imprenditore camerunense auspica “una presa di coscienza, da parte degli africani, delle potenzialità della loro terra a fini di un ‘rinascimento economico’ del continente”. Un ‘rinascimento’ che dovrebbe deve avvenire – secondo lui - allontanando “ogni ingerenza esterna” dal suolo africano. Solo gli africani possono salvare se stessi.

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