Ci sono autori che quando se ne vanno lasciano un repertorio, altri un linguaggio: Francesco Guccini appartiene alla seconda categoria
Bologna lo ricorda cantando in via Paolo Fabbri. Sui social tornano versi, frasi e immagini di oltre mezzo secolo di canzoni. Perché l’eredità di Francesco Guccini è soprattutto questa: aver trasformato le parole in luoghi della memoria collettiva. Ci sono autori che, quando se ne vanno, lasciano un repertorio; altri, lasciano un linguaggio: Francesco Guccini appartiene alla seconda categoria. Dalla notizia della sua morte, avvenuta nella notte tra il 5 e il 6 agosto nella sua casa di Pàvana (Pt), a 86 anni, l’Italia ha cominciato a ricordarlo nel modo forse più naturale: usando le sue parole. Sui social sono tornati versi, titoli, fotografie, vecchie esibizioni. Frammenti de ‘La locomotiva’, ‘L’Avvelenata’, ‘Auschwitz’, ‘Eskimo’, ‘Cyrano’, ‘Dio è morto’. Come se, davanti alla morte di chi ha scritto così tanto, le parole degli altri risultassero improv
visamente insufficienti. E’ questo il paradosso degli autori destinati a restare: nel momento in cui non possono più parlare, continuiamo a farli parlare noi.
Bologna lo ha fatto letteralmente. In via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo trasformato, nel 1976, nel titolo di uno dei suoi dischi più importanti, centinaia di persone si sono ritrovate con chitarre e voci. Altri canti sono arrivati fino a Piazza Maggiore. Nessun palco, nessuna liturgia preparata: un concerto nato quasi spontaneamente nella città che Guccini aveva scelto e raccontato per decenni. Davanti alla sua vecchia casa sono comparsi fiori e messaggi. La strada è tornata, per qualche ora, dentro una canzone. Forse il punto è proprio questo. Guccini non ha scritto soltanto canzoni: ha costruito immagini. Una locomotiva lanciata contro l’ingiustizia. Un vecchio e un bambino che guardano un mondo che non riconoscono più. Le osterie, Bologna, la nebbia, le stanze, le strade dell’Appennino, gli amici perduti, le domeniche che finiscono. E poi il tempo. Quello che passa mentre crediamo di essere impegnati in altro. Nelle sue canzoni le idee diventavano oggetti, paesaggi, persone. Si potevano vedere. E' anche per questo che, oggi, i suoi versi funzionano perfettamente nel linguaggio rapido dei social, pur essendo nati molto prima. Una frase di Guccini raramente è soltanto una frase. Dietro ci sono una scena e una storia. Basta leggerne poche parole perché
riaffiori una melodia, ma soprattutto perché si accenda un'immagine.
Perché Francesco Guccini è stato politico senza diventare un autore di slogan. Ha raccontato una generazione senza compiacerla. Ha attraversato ideologie, disillusioni, amori e sconfitte conservando il diritto alla contraddizione. Anche la sua ribellione aveva qualcosa di poco addomesticabile. Ne 'L’Avvelenata' poteva prendersela con il proprio pubblico, con i critici e perfino con il mestiere che lo aveva reso celebre. In 'Dio è morto' trasformava una provocazione in una domanda sul futuro. Ne 'La locomotiva' una vicenda dell’Ottocento diventava il simbolo di una rivolta che avrebbe attraversato generazioni. Chiamarlo "rivoluzionario", significa soprattutto riconoscergli una rivoluzione della parola. La capacità di dimostrare che una canzone poteva contenere letteratura, Storia, politica e conversazioni da osteria senza dover scegliere tra l’una e le altre.
Ora quelle parole vengono selezionate, fotografate, condivise. Ciascuno sceglie il proprio Guccini. Quello politico, quello malinconico, quello innamorato, quello ironico. E' una gigantesca antologia collettiva costruita in tempo reale. I funerali saranno privati. Una commemorazione pubblica è prevista a settembre. Ma il saluto è già cominciato.
