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25 Settembre 2020

Nôtre Dame nel ricordo dell'incendio devastante di San Paolo fuori le Mura

di Giuseppe Lorin
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Nôtre Dame nel ricordo dell'incendio devastante di San Paolo fuori le Mura

Con questo nostro parallelo storico, abbiamo posto in relazione le sfortunate vicende della cattedrale parigina di questi giorni con quelle capitate, nell'estate del 1823, all'antichissima basilica romana, in cui ci vollero più di cinque ore per riuscire a domare una combustione divampata, anche allora, durante alcuni lavori di ristrutturazione

I paragoni sono frutto del ricordo storico, che talvolta inganna la nostra anima. Ed è bene non crearsi aspettative, perché le aspettative sono il ricordo stesso. Si resta meravigliati e stupiti leggendo i quotidiani e ascoltando le news dei telegiornali relative al rogo che ha distrutto l’immaginario collettivo relativo alla cattedrale di Francia: Nôtre Dame de Paris. Certamente, è ancora presto per fare un bilancio esatto delle opere d’arte, delle reliquie distrutte e di quelle recuperabili, o che si sono salvate nell’incendio del tetto della cattedrale parigina. Ma ancor di più si resta meravigliati e stupiti della dimenticanza storica del rogo del 1823, che devastò la basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. A Nôtre Dame è andata distrutta la guglia ottocentesca, il tetto e il sottotetto in legno del XII secolo. Forse, l’organo è stato risparmiato dalla furia del fuoco e, per fortuna, le più preziose reliquie sono state messe al sicuro: la corona di spine e un pezzo della croce di Cristo. Anche le statue dei dodici Apostoli, già qualche mese erano state riparate in altro luogo, per essere restaurate. Ma andiamo con ordine e cominciamo questo nostro ‘parallelo’ tra i due drammatici eventi a partire dalle origini dell’attuale basilica di San Paolo. L’idea progettuale della basilica fu di papa Gregorio IV di Giovanni - pontefice dal 827 al 25 gennaio 844 - che finanziò e spronò la costruzione dell’edificio sacro dedicato all’Apostolo Paolo sorto sulla sponda sinistra del Tevere. La chiesa assunse la sua importanza sacra e più prestigiosa sotto il pontificato di Leone IV di Radoald. C’è da dire, che le scorribande dei barbari e la distruzione delle basiliche di San Pietro e San Paolo con il sacco di Roma dell’846 da parte dei Saraceni e la conseguente battaglia di Ostia dell’849 cambiarono radicalmente la politica papale riguardante la difesa della città di Roma nel respingere, se non contenere, gli invasori arabi. L’edificio basilicale odierno risale per intero alla ricostruzione effettuata dopo l’incendio del 16 luglio 1823, completata e inaugurata il 10 dicembre 1854. All’epoca, ci vollero 31 anni per la ricostruzione di quanto il devastante incendio procurò alla religione, all’arte, alla cultura in generale. Ma fu ancor più grave poiché, tra le grandi basiliche della cristianità, San Paolo era l’unica rimasta intatta, quasi del tutto immutata da quando la sua costruzione era stata iniziata nel Medioevo da tre augusti - Valentiniano II, Teodosio e Arcadio - e venne terminata da Onorio all’inizioIncendio_Nostre_Dame.jpg del V secolo. Questo enorme edificio, il più grande tra le chiese cristiane fino alla costruzione di San Pietro, aveva sostituito l’edificio minore, abbellito da Costantino I sulla tomba dell’Apostolo Paolo. Fu proprio la posizione sulla riva sinistra del Tevere, fuori delle Mura aureliane, a rendere la basilica protetta dagli attacchi del nemico e dai saccheggi dei saraceni nell’846. Basilica la quale, in seguito, venne ulteriormente fortificata da Giovanni VIII, nell’880. Proprio il suo isolamento contribuì alla sua conservazione e la preservò dai mutamenti e dai cattivi restauri. Man mano che la malaria estendeva il suo dominio di morte, la campagna circostante si tramutava in un deserto e il villaggio fortificato, un tempo fiorente sotto l’impulso di Giovanni VIII - il papa che obnubilò il nome assunto dalla papessa Giovanna - cadeva in rovina. Quando il monaco Ildebrando giunse qui per la prima volta nell’XI secolo, trovò solo un piccolo e dissoluto manipolo di monaci e alcune greggi, che pascolavano senza pastore nella campagna attorno, invadendo la basilica. Eletto abate, Ildebrando cambiò tutto: ripristinò la rigida regola monastica, restaurò la chiesa e, nel 1070, accolse con animo grato il dono di alcune splendide porte di bronzo. Queste erano state coniate a Costantinopoli ed erano incastonate in una cornice d’argento: esse furono il dono di un prete, Pantaleone di Amalfi, che fu anche il donatore delle porte dell’Abbazia di Montecassino e di quelle del Santuario di Monte Sant’Angelo. Benché molto alterate e deformate dal fuoco dell’estate del 1823, queste porte sono ancora conservate in una stanza che si apre nel chiostro della basilica. In ogni caso, l’incendio del 16 luglio di quell'anno fu causato dall’incuria di due operai, ai quali era stato dato l’incarico di riparare il tetto e le grondaie. E, come si legge dalla cronaca dell'incidente, due stagnari, dopo che ebbero finito di “porre i canali di rame alle grondaje del tetto della grande navata, situata all'occidente”, poiché era già notte interruppero il loro lavoro per tornare a casa, lasciando sul tetto la padella con i tizzoni che credevano di aver spento. Probabilmente, bastò un leggero colpo di vento a far ribaltare la padella. E le braci, non completamente spente, caddero sul tetto arrivando fino alle travi di legno. Il bollettino delle cronache di Roma riporta che l'incendio divampò nelle prime ore dell'alba. A vederlo per primo fu un buttero che sorvegliava le sue vacche al pascolo sul prato, sotto le mura del monastero, nei prati che lambiscono il Tevere. Il buttero corse ad avvisare il fattore dei monaci Cassinesi, a cui era stata affidata la cura della basilica. A dare l'allarme furono due chierici, che dopo avere invano cercato di arginare il fuoco “con sommo rischio della loro vita, si recarono sul campanile per suonarvi le campane a martello, onde sollecitare aiuto”. Il grande ritardo con cui ci si accorse del fuoco fu dovuto al fatto che, durante l'estate, i monaci si trasferivano nel palazzo di San Calisto in Transtiberim, per sfuggire al clima afoso e favorevole alla malaria della campagna ostiense. I monaci arrivarono alla basilica di San Paolo solo alle nove del mattino. I pompieri erano nel frattempo partiti dalla loro caserma di piazza di Sant'Ignazio con tre carri a cavalli, di cui due trasportavano le pompe da incendio, mentre il terzo era caricato con vari attrezzi. Quando arrivarono, trovarono sul luogo i dragoni pontifici che controllavano l'area, per evitare che si avvicinassero malintenzionati. I pompieri capirono che il fuoco era ormai inarrestabile, ma riuscirono comunque a tagliare le fiamme nel lato verso il monastero, che così riuscì a salvarsi. Le fiamme continuarono per cinque ore: alla fine, non solo era bruciato tutto il tetto di legno, ma i crolli delle tegole fecero cadere le pareti della navata mediana e alcune colonne. Le tombe antiche vennero rotte e spezzate in due dai crolli del tetto. I danni alla chiesa furono enormi: la porta di bronzo, che veniva da Costantinopoli “squagliata, percorréa l'infuocato terreno”, mentre quaranta colonne della navata centrale caddero a terra insieme a quelle centrali del lato sinistro, che le seguirono trascinate dal peso del muro su cui erano ricadute le tegole, una volta bruciate le travi. Tutto il lato sinistro della chiesa ebbe gravi danni, sia la navata di mezzo, sia quella più esterna, mentre le navate di destra ebbero danni meno gravi e, fortunatamente, le colonne del transetto non risultarono coinvolte. Così si salvò il ciborio di Arnolfo di Cambio. Papa Pio VII stava ormai morendo nella sua stanza apostolica al Quirinale. Pertanto, questa tragica notizia non gli venne comunicata. Pio VII Chiaramonti (Cesena, 14 agosto 1742 – Roma, 20 agosto 1823) morì poco dopo, ignaro di tutto. L’unica cosa a cui teneva molto era il gigantesco ‘porta-cero pasquale’ del XII secolo, con incisa la firma dell’autore: “Io, Nicola di Angelo con Pietro Bassalecto completammo quest’opera”. I Bassalecto (secondo la grafia di oggi: i Vassalletto, ndr) erano una delle più note famiglie dei maestri dell’arte musiva. Come i Cosmati, dai quali avevano appreso l’arte. Questa la cronaca di quel tragico incendio. Dopo il disastro, si effettuò una demolizione della chiesa, ancora più ampio di quanto fosse necessario: praticamente, tutto ciò che, oggi, rimane dell’antica chiesa sono i mosaici sull’arco e nell’abside, oltre al candelabro per il cero pasquale, il tabernacolo dell’altare maggiore e il pregiatissimo ciborio. Entrando nella basilica, si percepisce all’istante la solenne vastità, la grandiosità della moltitudine delle colonne che dividono la navata mediana dalle quattro navate laterali e il silenzio sacro che regna negli angoli più nascosti, facendo singolarmente rimbombare i passi di chi visita la chiesa. L’appello di aiuto per la ricostruzione a tutti i fedeli del mondo venne lanciato da Papa Leone XII della Genga Sermatei, pontefice dal 28 settembre 1823 al 10 febbraio 1829: la basilica venne ricostruita in modo identico, riutilizzando i pezzi risparmiati dal fuoco, in modo tale che fosse preservata la tradizione cristiana delle sue origini.
Il mondo intero partecipò alla ricostruzione della basilica di San Paolo fuori le Mura. Il vicere d'Egitto, Mohamed Alì, inviò le colonne di alabastro orientale; lo zar Nicola I Romanov, le malachiti e i lapislazzuli che adornano i grandi altari del transetto; centottantacinque vescovi, giunti da ogni parte della Terra, furono presenti alla consacrazione della nuova basilica il 10 dicembre 1854, davanti a Papa Pio IX Mastai Ferretti (1846-1876) e si proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione. Durante i lavori di ricostruzione, gli architetti fecero scavare in profondità nella confessione sotto il tabernacolo. E lì venne ritrovata una grata sulla effettiva tomba di San Paolo, del tipo di quelle che venivano costruite sulle sepolture dei martiri nell’era paleocristiana, così come a San Lorenzo fuori le Mura aureliane. La tomba dell’apostolo si trovava circondata da molte altre, sia cristiane, sia pagane. Era considerato l’Apostolo delle genti, senza distinzione di razza e di religione: l’Apostolo guerriero. Se gli architetti del 1823 fossero stati in possesso dei mezzi tecnici di cui disponevano gli archeologi che hanno scavato sotto la Confessione di San Pietro durante gli ultimi trent’anni, probabilmente anch’essi avrebbero riportato alla luce una necropoli simile a quella che, oggi, si può vedere sotto la basilica vaticana. I resoconti del martirio di San Paolo differiscono alquanto, ma secondo Tertulliano, che scriveva nel II secolo, egli fu decapitato alle Acquae Salviae, che oggi corrisponde alla zona delle Tre Fontane, all’Eur. In seguito, Costantino I fece racchiudere il corpo di Paolo di Tarso in un doppio sarcofago di marmo e di bronzo. In questo luogo esatto sorge il tabernacolo del 1285 di Arnolfo di Cambio, costruito - secondo l’iscrizione a firma - da lui e dal suo collaboratore Pietro Cavallini, il maestro del mosaico di Santa Maria in Trastevere, anticamente conosciuta come “in Fons Olei”. San Paolo fuori le Mura è un vasto complesso extraterritoriale, stabilito dal 'Motu Proprio' di Papa Benedetto XVI il 30 maggio 2005 e amministrato da un Arciprete. A destra dell’abside inizia la serie dei celebri medaglioni dei papi, che si prolunga tutt’intorno e sopra gli archi per l’intera basilica. La lunga serie di medaglioni rappresenta tutti i Papi della Storia e fu iniziata sotto il pontificato di Leone Magno, nel V secolo. Essa testimonia in modo straordinario la “supremazia riconosciuta dai fedeli di ogni luogo alla grandissima Chiesa costituita a Roma dai due gloriosi Apostoli: San Pietro e San Paolo” (San Ireneo, II s.).
Si inizia con il primo medaglione e i primi papi della chiesa cristiana apostolica romana:
San Pietro, che inizia il suo pontificato nel 33 e venne martirizzato il 29 giugno 67;
San Lino, dal 67 d. C. fino al 23 sett. 76;
Sant'Anacleto/Cleto, dal 76 al 26 aprile 88;
San Clemente I, dall’ 88 al 97;
Sant'Evaristo,
dal 97 al 27 ottobre 105; Sant'Alessandro I dal 105 al 3 maggio 115;
San Sisto I, dal 115 al 3 aprile 125.
A seguire, tutti i nomi e i loro ritratti, secondo le iconografie delle varie epoche, racchiusi nei medaglioni, mostrati nella basilica, non ultimi quelli di Papa Benedetto XVI dal 19 aprile 2005 al 28 febbraio 2013 - per il suo ‘motu proprio’ di rinuncia - e Francesco I dal 13 marzo 2013, in carica per grazia di Dio.
Tornando ai nostri giorni, i tragici fatti parigini dimostrano quanto basiliche e cattedrali siano costruzioni estremamente delicate, poiché rappresentano arte stratificata, che nel corso dei secoli hanno cumulato l’incessante sviluppo storico degli eventi e degli uomini. Esse necessitano di una cura e un’attenzione molto particolare, che dev’essere vigiliata da fedeli e cittadini, i quali, come dimostrato dalla grande solidarietà di questi giorni, sono estremamente sensibili ai simboli della tradizione cristiana. Una religione che dunque dev’essere considerata parte integrante della cultura europea, in quanto traccia indelebile dello scorrere dei secoli. Il destino dell’Europa è indissolubilmente legato a quello della cristianità e al ruolo che essa ha svolto storicamente, prima ancora che teologicamente. Nella media ponderata della cultura identitaria europea, pur tra le numerose lotte e nonostante i diversi momenti scismatici, la cultura cristiana dev’essere anch’essa calcolata e considerata, poiché ha sempre seguito, passo dopo passo, lo sviluppo stesso della civiltà occidentale e il flusso della millenaria corrente della Storia. Dobbiamo imparare ad amare veramente i nostri simboli storici e i nostri capolavori artistici, anziché demandare ad altri la loro cura, se veramente si vuole evitare quella perdita di memoria che annulla l’identità culturale dei popoli e delle genti. Non si tratta di una questione ideologica, bensì di sincera sensibilità laico-cristiana.


San_Paolo.jpg

QUI SOPRA: LA BASILICA ROMANA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA, ANDATA A FUOCO NEL 1823

IN ALTO A DESTRA E AL CENTRO: DUE DRAMMATICI MOMENTI DELL'INCENDIO DI NOTRE DAME DE PARIS

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