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3 Ottobre 2022

Shimon Peres e Nemer Hammad: uniti nella Storia

di Fabrizio Federici
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Shimon Peres e Nemer Hammad: uniti nella Storia

Ci lasciano due personaggi importantissimi per far ripartire il dialogo in Medio Oriente, un 'teatro di crisi' che non può più fare a meno di accantonare il passato, nella consapevolezza degli errori commessi da ambedue le parti in causa: Israele e Palestina

Proprio mentre è ancora forte, nel mondo, la commozione per la morte di Shimon Peres, lo statista israeliano presidente della Repubblica di Israele dal 2007 al 2014 e da sempre, purtroppo, più amato all'estero che in patria, è giunta la notizia della scomparsa anche di Nemer Hammad, principale consigliere politico di Yasser Arafat, uno dei suoi principali collaboratori durante lo storico inizio (1991-'94) del processo di pace con Israele. Nato nel 1941 ad Al-Akri (Acri) in Galilea e poi trasferitosi con la famiglia in Libano a seguito alla guerra arabo-israeliana del 1948, Hammad aveva studiato all'Università de Il Cairo. Dal 1974 al 2005 era stato rappresentante dell'Olp e primo ambasciatore palestinese in Italia, rappresentando l'Autorità nazionale palestinese anche in Jugoslavia tra il 1984 e il 1986. Giornalista, molto vicino, insieme ovviamente ad Arafat, anche al presidente Abu Mazen, nel 2008 era stato da questi incaricato di riorganizzare tutta la comunicazione palestinese, dalla tv all'agenzia ufficiale d'informazione ‘Wafa’. Durante i lunghi anni di permanenza in Italia, Hammad aveva saputo creare una fitta rete di conoscenze con politici e operatori dell'informazione, facendosi apprezzare per competenza e senso di equilibrio politico. Chi scrive lo ha conosciuto personalmente nel marzo 1989, nel corso del congresso di Roma del Movimento federalista europeo. Nel 2002, gli Editori Riuniti avevano pubblicato, a cura del giornalista Alberto La  Volpe, il suo ‘Diario segreto’: fonte di preziose notizie su tanti fatti di politica internazionale come, per esempio, il tragico dirottamento della nave ‘Achille Lauro’ nel 1985. La prefazione era di Francesco Cossiga, politico da sempre informato su tanti incredibili - e a volte gravi - retroscena: sarebbe stato proprio lui, pochi anni dopo, nel 2008, a rivelare, in un'intervista rilasciata al quotidiano israeliano ‘Yediot Aharonot’, l'esistenza di alcuni accordi ‘sottobanco’ tra servizi segreti italiani e terrorismo palestinese: chiudere gli ‘occhi’ sulle attività logistiche ed economiche nel nostro Paese, in cambio dell’assicurazione: “Niente attentati in Italia”. Un accordo che, tuttavia, non valeva per gli ‘italiani-ebrei’, gravemente colpiti, nell'ottobre 1982, dall'attentato alla sinagoga di Roma (con le ‘volanti’ della polizia mandate altrove...). Il 4 novembre 1995, a Tel Aviv, nella centralissima piazza dei Re d'Israele, una folla imponente assistette a una manifestazione in cui intervennero il premier laburista, Ytzhak Rabin e il ministro degli esteri, Shimon Peres. Ambedue erano i leader storici del laburismo israeliano, nella tradizione di Ben Gurion e Golda Meir. Ma Rabin, nato nel 1922 a Gerusalemme, di formazione ‘agricolo-militare’, nel 1967, come capo di Stato maggiore della Difesa, con Dayan fu tra gli artefici della vittoria e, dal 1974 al 1977, subito dopo la Meir, già premier decise, nel 1976, il blitz antiterroristico di Entebbe. Peres, invece, nato nel 1923 in Polonia e, al tempo della guerra per Suez (1956), già direttore generale al ministero della Difesa israeliano, è stato tra i promotori, dopo il 1967, dei primi insediamenti di coloni in Cisgiordania, riuscendo a diventare premier solo nel 1984, in ‘staffetta’ col conservatore Shamir. Poi, al fianco di Rabin, dal 1992 nuovamente a capo del Governo israeliano, ha avviato lo storico processo di pace con l'Olp, che culminò con la firma, da parte di Rabin e Arafat, degli accordi di Oslo del 1992 e di Washington il 13 settembre 1993, sul prato della Casa Bianca. Accordi attraverso i quali Israele riconobbe l'Olp come legittimo rappresentante del popolo palestinese, impegnandosi ad avviare concrete trattative per la soluzione del conflitto mediorientale. In cambio, il leader dell'Olp s'impegnò a rinunciare alla violenza come mezzo di lotta politica, riconoscendo lo Stato d'Israele nel suo legittimo diritto ad esistere.
Tra le centomila persone circa che, in quel 4 novembre 1995, gremirono la piazza di Tel Aviv, molti erano gli oppositori del processo di pace: sia i seguaci del Likud, lo storico Partito d’opposizione conservatrice, emerso con le elezioni politiche del 1977, sia i tanti gruppi dell’ebraismo radicale, espressione sia dei coloni oltranzisti viventi nei Territori occupati e delle consistenti aree di giudaismo ultraconservatore. Fazioni che non perdonarono mai, a Rabin e a Peres: 1) gli accordi di Oslo I e II per un graduale trasferimento di poteri all’amministrazione palestinese in vaste zone della Cisgiordania e di Gaza; 2) la firma dell’epocale ‘Dichiarazione di Washington’; 3) la conclusione, nel 1994 – dopo quasi 50 anni di guerra – di un trattato di pace con la Giordania di re Hussein; 4) i negoziati per un analogo accordo con la Siria di Hassad.
Ciononostante, la manifestazione si rivelò un ‘tonico insperato’ per il Governo e il processo di pace: parlarono sia Rabin, sia Peres. Alla fine, mentre la marea umana stava defluendo e gli oratori si avviavano verso un posteggio presidiato dalla polizia, Ygal Amir, uno sconosciuto ventisettenne, studente di legge di Bar Ilan, l’università religiosa israeliana, lasciato passare Peres, superò di corsa due guardie del corpo e fece fuoco con tre colpi di pistola contro il premier. Rabin, colpito alla schiena da due proiettili, venne spinto in macchina e trasportato di corsa all’ospedale Ichilov, dove morì dopo pochi minuti. Catturato sul posto, Amir, nell’interrogatorio dichiarò di aver voluto fermare il processo di pace e impedire la cessione di parte del territorio israeliano: figlio di genitori ebrei-yemeniti ortodossi e cresciuto in scuole ultraortodosse, il giovane è un attivista del movimento pro-insediamenti nei Territori occupati.
Il trauma che il Paese subì fu veramente grave. E forti furono l’impressione e lo sdegno suscitati in molti Paesi amici d’Israele e fra gli stessi arabi, palestinesi innanzitutto. Mentre Amir venne processato per omicidio e condannato all’ergastolo: anche se, come ricordato nel 2015 dal regista israeliano ‘controcorrente’ Amos Gitai, autore del film-inchiesta ‘Rabin, the last day’ (presente quell'anno alla Mostra del cinema di Venezia) "è probabile che, tra qualche anno, uscirà di prigione". A questo punto, Shimon Peres, naturale successore di Rabin alla guida del Governo, con le nuove elezioni politiche all’orizzonte del nuovo anno - siamo nel 1996 - timoroso d’inimicarsi l’opinione moderata, lasciò la conduzione delle indagini sull'assassinio di Rabin, che si ridussero a un’inchiesta di ‘pura routine’. Nel maggio successivo, considerando non solo gli elettori ebrei, ma tutti gli israeliani, il vantaggio del conservatore Netanyahu, nuovo ‘astro nascente’, sui laburisti sarà di soli 29.500 voti. Ma se Peres avesse mostrato più coraggio e, imitando la scelta fatta, ‘mutatis mutandis’, da De Gaulle dopo il caos del ‘maggio francese’, avesse sciolto anticipatamente le Camere, indicendo le elezioni immediate entro il dicembre 1995, sull’onda della commozione collettiva per l’assassinio di Rabin sicuramente avrebbe stravinto.
A Roma, la primavera scorsa, il MAXXI, Museo nazionale delle Arti del XXI secolo di Via Guido Reni, nel signorile quartiere del Flaminio, ha ospitato la mostra multimediale: ‘Cronaca di un assassinio annunciato’. E’ un progetto di Amos Gitai su quella tragica serata del 4 novembre 1995. La proiezione di ‘Rabin, The last day’, film dal forte impegno civile che ricorda veramente, a tratti, il ‘JFK’ di Oliver Stone, ha fatto riflettere il pubblico: tra le sequenze migliori, c'è appunto una lunga intervista a Shimon Peres, evidenziante il coraggio di Ytzhak Rabin nel proseguire fermamente sulla strada della pace, pur prevedendo l'altissimo prezzo personale che avrebbe pagato. Da segnalare, inoltre, la sequenza dell'interrogatorio di Ygal Amir (interpretato da un bravissimo Yogev Yefet, perfetto nel ruolo del killer del primo ministro, sfrontato quanto lucidamente folle). E le ‘sedute’ della ‘commissione Shangar’, destinata a far luce sulle responsabilità per la mancata protezione del premier (ma non, incredibilmente, su mandanti e retroscena del delitto).     
Senza voler esagerare il ruolo dei leader carismatici nella Storia, vent'anni dopo quei giorni è evidente che la permanenza di Rabin in vita e, per altri anni ancora, alla guida del Governo d’Israele avrebbe continuato a dare un forte impulso al processo di pace. Cosa che i suoi successori laburisti – da Peres (eletto, nel 2007, presidente della Repubblica, in una condizione di difficile coabitazione col conservatore Netanyahu, che bloccherà sistematicamente gli sforzi della presidenza per riavviare il processo di pace) a Eud Barak, l’uomo del fallito vertice con Arafat a Camp David nell’estate del 2000 – hanno anch’essi cercato di fare, ma non con la stessa energia. Proprio nel 1994-’95, Netanyahu, nuovo leader del Likud insieme al futuro “provocatore” del 2000 Sharon, uomo enormente più intelligente e lungimirante, iniziava a ripetere ossessivamente il ritornello della sicurezza nazionale, con cui avrebbe vinto le elezioni del 1996, inaugurando quel ventennio ‘thatcheriano’ di prevalenza della destra (salvo brevi ritorni al potere dei laburisti), che dura tuttora. Con Rabin e Peres ancora ‘in sella’, le due parti del conflitto mediorientale avrebbero iniziato per lo meno a delineare quella serie di accordi integrativi di Oslo e di Washington vertenti su questioni essenziali, come la delimitazione dei confini israelo-palestinesi; il destino di Gerusalemme; il ritorno dei profughi palestinesi; gli insediamenti israeliani nella Westbank; il controllo delle acque in Cisgiordania, la cui mancanza, insieme al simmetrico scivolamento integralista di ambedue le parti (dai fanatici ultraortodossi israeliani ad Hamas) e al generale deterioramento degli equilibri mondiali, dopo lo storico 1989 e l’11 settembre 2001, ha causato il progressivo incancrenirsi della situazione mediorientale.
Da sempre sappiamo che il problema mediorientale è quanto mai complesso, trattandosi di un conflitto che vede contrapporsi due parti aventi, ognuna, consistenti ragioni. Ma a indebolire la credibilità dell'Autorità nazionale palestinese concorrono, purtroppo, la presenza di una forza come Hamas, radicalmente contraria a Israele, nella maggioranza di Governo; le ambiguità registratesi in passato, nella politica dell'Olp nei confronti del terrorismo contro i civili israeliani; le vecchie accuse di corruzione ai dirigenti di Al-Fatah, Arafat compreso. Ma oggi, ambedue le leadership contrapposte, quella israeliana e quella palestinese, pur indebolite dalla mancanza di leader della statura di Rabin, Peres, Arafat, Hammad (tra le poche eccezioni, Marwan Barghouti, tra i leader di ambedue le ‘Intifade’, dal 2004 all'ergastolo per omicidi di civili con finalità terroristiche) e, in un contesto internazionale a dir poco allarmante, sono chiamate a uno sforzo di pace che non può fare a meno di ‘ripartire’ dall'accantonamento del passato, nella consapevolezza di errori e colpe da ambedue le parti. Uno statista che sembra aver capito l'abisso in cui il mondo sta precipitando è l'attuale presidente israeliano, Reuven Rivlin, dal 2014 successore di Peres, esponente storico del Likud, ma apprezzato anche dai laburisti per la correttezza dimostrata, in passato, come presidente della Knesset. Tra i primi atti come capo dello Stato, vi è stata la visita a uno dei villaggi palestinesi distrutti durante la Guerra d'indipendenza d'Israele del 1948, col riconoscimento delle gravi colpe commesse, allora, dai combattenti con la stella di Davide, giunti a massacrare anche donne e bambini. In quest'iniziativa, aggiungiamo, Rivlin ha sviluppato quegli spunti autocritici verso Israele che lo stesso Moshe Dayan, all'epoca capo di stato maggiore dell'esercito israeliano, aveva espresso già nel lontano 1956, durante l'orazione funebre del 30 aprile per Roy Rotenberg, guardia del villaggio di Nahal Oz, al confine con la ‘striscia di Gaza’, ucciso dai palestinesi.


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